Fobie: origine e trattamento

Origine e sviluppo delle fobie

Autore: Dott. Angelo Vecchiarelli - Psicologo, Psicoterapeuta

Risorse esterne

Introduzione

Reazioni di ansia e di paura sono condizioni emotive molto diffuse sia nei bambini che negli adolescenti. Si tratta di esperienze universali, riscontrabili in varie culture, aventi carattere perlopiù transitorio, ma che talvolta possono evolvere in un vero e proprio disturbo psicologico. Durante la crescita, condizionamenti, fantasia ed immaginazione assumono un ruolo sempre più importante nelle genesi e nel mantenimento delle paure infantili, soprattutto a causa di una più complessa strutturazione del pensiero del bambino e quindi di una maggiore capacita di anticipare conseguenze future.

 

Analisi terminologica

Prima di parlare dell’eziologia e del trattamento delle fobie è importante, per evitare fraintendimenti, distinguere il termine fobia da alcuni termini ad essa correlata, come ad esempio la timidezza, la paura, l’ansia e il panico.

La timidezza indica una tendenza persistente a manifestare la paura con facilita.

La paura è la risposta emotivo-comportamentale che un individuo mette in atto in presenza di una minaccia o un pericolo ben riconoscibile; essa è caratterizzata dall’immediato riconoscimento del pericolo presente. Le sue cause sono extrapsichiche, cioè esterne, e facilmente individuabili. Anche la paura è una sensazione molto legata all’ansia, ma che nasce come risposta normale ad un pericolo reale, quindi, ben identificato.

Quando parliamo di ansia, mentre, ci riferiamo ad una emozione spiacevole associata ad un senso di pericolo imminente determinato da un oggetto o evento, non ben identificato, e non così ovvio per un osservatore esterno. Quindi, per ansia si intende quella apprensione o spiacevole tensione data dall’intimo presagio di un pericolo imminente e di origine in gran parte sconosciuta. A differenza della paura le cause dell’ansia sono intrapsichiche, cioè intime e difficilmente individuabili.

Il Panico e caratterizzato dalla comparsa improvvisa di un senso angoscia, ossia, di terrore acuto.

Fugati, spero, i possibili fraintendimenti, passiamo adesso alla trattazione della fobia. Etimologicamente fobia deriva dal termine dal greco “phobos” e significa panico, terrore, fuga, essa è un tipo particolare di paura che, però, dà origine ad un attivazione emotiva sproporzionata rispetto alla situazione che il soggetto sta vivendo. Inoltre, essa non può essere contenuta con argomenti razionali; è qualcosa che va al di là del controllo volontario e porta il soggetto a mettere in atto, nei confronti della situazione temuta, comportamenti di evitamento che, a lungo andare, gli limiteranno in modo drammatico il normale proseguimento della vita.

Elementi semiologici delle fobie

Fra i vari studiosi che hanno trattato le fobie interessante è il contributo di Marks che distingue i seguenti elementi semiologici:

1) È sproporzionata allo stimolo. Ciò significa che la maggior parte delle persone reagirebbe con indifferenza o con bassi livelli di ansia agli stessi stimoli. (es.: il claustrofobico non riesce a fare una cosa per noi molto facile: prendere l’ascensore).

2) Non può essere controllata con un’analisi razionale. Spiegare la genesi del disturbo, i meccanismi di mantenimento, la non pericolosità delle situazioni temute e l’assurdità della paura non riduce in alcun modo il problema.

3) Sfugge al controllo volontario. Vani sono gli appelli all’autocontrollo. Il fobico reagisce ai segnali di pericolo con risposte apprese che hanno carattere di automatismo. Egli non è in grado di controllare le alterazioni del sistema nervoso autonomo quali il battito cardiaco, respirazione, pressione sanguigna, sudorazione, temperatura, tensione muscolare, scariche di adrenalina, ecc. Tutte queste risposte fisiologiche elicitate dallo stimolo fobico sono il risultato di un apprendimento (condizionamento) e il loro effetto congiunto è talmente potente e rapido da far stare male il soggetto fobico inducendolo alla fuga.

4) Produce l’evitamento della situazione temuta. La fuga è una strategia di emergenza. Generalmente il fobico prevede in modo accurato tutte le situazioni che lo possono mettere in ansia e le evita sistematicamente. La sua vita può subire forti limitazioni in funzione di questa strategia. L’agorafobico che non esce di casa perde il lavoro, gli amici, gli abituali svaghi. Il bambino con la fobia della scuola è danneggiato nell’apprendimento.

Descrizione nosografica delle fobie

Il DSM-IV-TR individua diverse categorie di fobia, come ad esempio l’agorafobia, fobia semplice, fobia sociale e fobia specifica.

Fobia specifica

Per quanto riguarda la fobia specifica, il DSM-IV-TR riporta che essa esordisce nella fanciullezza o nella prima adolescenza e possono manifestarsi in un’età più giovane per le donne rispetto agli uomini. I fattori che favoriscono l’esordio delle Fobie Specifiche includono eventi traumatici, come ad esempio: essere stati attaccati da un animale o rinchiusi in uno stanzino, vedere altri sottoposti a un trauma e mostrare paura. Inoltre, questo tipo di fobia può essere appreso attraverso la trasmissione di informazioni, per esempio i ripetuti avvertimenti da parte dei genitori su quanto siano pericolosi certi animali, o trasmissione da parte dei media di disastri aerei. Si manifesta con una “paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifici (per es. volare, altezza, animali, ricevere un’iniezione, vedere il sangue, ecc.)”. La persona che soffre di fobia specifica reagisce quasi sempre con una risposta ansiosa di fronte allo stimolo fobico. Questa risposta ansiosa a volte può prendere forma di attacco di panico sensibile a quella particolare situazione. Generalmente l’adulto con questo tipo di disturbo si rende conto che la sua paura è eccessiva o irragionevole, mentre nei bambini questa caratteristica può essere assente. Sempre nei bambini l’ansia potrebbe manifestarsi in pianto, scoppi di ira, irrigidimento o nell’aggrapparsi a qualcuno. Nella maggior parte dei casi la situazione (o più situazioni) fobigena viene sistematicamente evitata e in alcuni casi viene sopportata con intensa ansia o disagio. Un dei criteri adottati nel DSM-IV-TR è che l’evitamento attivo, l’ansia anticipatoria o il disagio nella situazione fobica, interferiscano significativamente con la normale routine dell’individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali, o ancora sia presente disagio marcato per il fatto stesso di avere la fobia. Nelle persone con un’età inferiore ai diciotto anni la durata del disturbo dovrebbe essere di almeno sei mesi. Naturalmente per questo tipo di valutazione diagnostica dovrebbe essere esclusa una diagnosi alternativa in grado di giustificare la presenza dell’ansia, degli attacchi di panico o l’evitamento fobico associati con l’oggetto o le situazioni specifiche.

Sempre il DSM-IV-TR specifica alcuni tipi fondamentali di fobia così descritti:

tipo animali. Se la paura è provocata da animali o insetti. È un sottotipo che esordisce in genere durante l’infanzia.

tipo ambiente naturale. Se la paura è attivata da elementi dell’ambiente naturale, come temporali, altezze, acqua. Come il precedente è un sottotipo che esordisce nell’infanzia.

tipo sangue-iniezioni-ferite. È specificato se la paura viene provocata dalla vista di sangue o di una ferita, o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive. È un sottotipo con un’alta familiarità, ed è di frequente caratterizzato da un’imponente risposta vasovagale.

tipo situazionale. Questo sottotipo dovrebbe essere specificato nei casi in cui la paura fosse provocata da una situazione specifica, come trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, volare, guidare, oppure luoghi chiusi. È un sottotipo con una distribuzione dell’età di esordio bimodale, con un picco nell’infanzia ed un altro picco verso i 25 anni di età. È un sottotipo che sembra simile al disturbo di panico con agorafobia da diversi punti di vista: distribuzione tra i sessi, concentrazione familiare, età di esordio.

altro tipo. Sottotipo da specificare nel caso la paura fosse scatenata da altri stimoli come: la paura o l’evitamento di situazioni che potrebbero portare a soffocare, vomitare o contrarre una malattia; la fobia dello “spazio” (cioè il timore di cadere giù se si è lontani dai muri o altri mezzi di supporto fisico); e il timore nei bambini dei rumori forti o dei personaggi in maschera.

Fobia sociale

Per quanto riguarda la Fobia Sociale, essa tipicamente esordisce nell’adolescenza e talvolta emerge da una storia infantile di inibizione o timidezza. Alcuni individui riferiscono l’esordio all’inizio della fanciullezza. L’esordio può seguire in modo brusco un’esperienza stressante o umiliante. Il decorso della Fobia Sociale è spesso continuativo. Persiste per tutta la vita, sebbene possa attenuarsi in gravità o andare incontro a remissione durante l’età adulta. La caratteristica essenziale della Fobia Sociale è una paura marcata e persistente che riguarda le situazioni sociali o prestazionali che possono creare imbarazzo. Ciò significa che l’esposizione alla situazione sociale o prestazionale quasi invariabilmente provoca una risposta ansiosa immediata. Questa risposta può prendere forma di un Attacco di Panico situazionale o sensibile alla situazione. Gli adolescenti e gli adulti con questo disturbo riconoscono che la loro paura è eccessiva o irragionevole, ma, comunque, la situazione sociale o prestazionale spesso viene evitata e solo in pochi casi viene sopportata ma sempre con eccessivo timore, infatti, la persona presenta un disagio significativo derivante dalla presenza della fobia. La messa in atto di comportamenti di l’evitamento, la comparsa di sentimenti di la paura o pensieri che danno origine all’ansia anticipatoria, interferiscono significativamente con la routine quotidiana, con il funzionamento lavorativo o con la vita sociale dell’individuo.

Nelle situazioni sociali o prestazionali temute, gli individui con Fobia Sociale sono preoccupati di rimanere imbarazzati e timorosi che gli altri li giudichino ansiosi, deboli, “pazzi” o stupidi. Possono temere di parlare in pubblico per la preoccupazione che gli altri notino l’arrossamento del viso, il tremore delle mani o della voce, oppure possono provare ansia estrema quando conversano con gli altri per la paura di apparire poco chiari. Possono evitare di mangiare, bere o scrivere in pubblico per timore di rimanere imbarazzati dal fatto che gli altri possano vedere le loro mani tremare.

Si può manifestare anche marcata ansia anticipatoria molto prima delle situazioni sociali o pubbliche previste, per esempio, preoccuparsi ogni giorno per molte settimane nella attesa di affrontare un evento sociale. L’ansia anticipatoria, può istaurare un circolo vizioso che determina un atteggiamento cognitivo timoroso e sintomi ansiosi riguardanti le situazioni temute, il che porta ad una prestazione realmente scadente o percepita come tale nelle situazioni temute, ciò determina imbarazzo ed aumento dell’ansia per le situazioni temute, e così via.

Nei minori di 18 anni, hanno importanza per la diagnosi di Fobia Sociale solo i sintomi che persistono per almeno 6 mesi.

Conclusioni

Dalla descrizione che il DSM-IV fa della fobia specifica e sociale si evince che la

persona spesso teme solo secondariamente la situazione o l’oggetto fobico, mentre la paura principale sembra essere relativa all’attacco d’ansia o di panico che potrebbe attivarsi in quella situazione. Ciò significa che il soggetto ha paura di perdere il controllo di sé, idea, questa, che potrebbe essere generalizzata alla paura della perdita in generale, probabilmente legata a situazioni traumatiche infantili o da una storia infantile di inibizione o timidezza. Dal punto di vista cognitivo si può pensare che il fobico crei un l’immagine irrazionale, anticipatoria e drammatica, della situazione che deve affrontare e ciò porta il soggetto a mettere in atto, nei confronti della situazione stessa, degli atteggiamenti e comportamenti di evitamento. Quindi, possiamo affermare che la convinzione che qualcosa di irrimediabile, catastrofico, ci accada dipende dall’immagine, dall’idea irrazionale e anticipatoria che abbiamo circa una o più situazioni da affrontare. Queste idee, immagini e convinzioni, possono essere determinate da molteplici aspetti e tra questi possiamo isolare sia i diversi condizionamenti appresi nelle diverse esperienze di vita, sia i diversi stili educativi ricevuti in età evolutiva e impartiti dalle figure di riferimento e sia il tipo di accudimento ricevuto in età infantile dalla coppia genitoriale .

 

Origini delle fobie: diversi punti di vista

TEORIA COMPORTAMENTALE. In questa ottica si ritiene che le fobie si possono spiegare ricorrendo ai noti paradigmi dell’apprendimento: 1) apprendimento classico pavloniano; 2) apprendimento operante skinneriano; 3) apprendimento per imitazione sociale (Miller-Dollard).

In generale possiamo dire che le fobie sono disturbi emotivi causati inizialmente da stimoli capaci di produrre un conflitto nella persona. Può capitare di trovarsi in una situazione in cui allo stesso tempo desideriamo e temiamo di compiere una certa azione per esempio desideriamo accarezzare un cane, ma ci tratteniamo dal farlo perché abbaia. Il cane è lo stimolo iniziale: da un lato ci attira, dall’altro ci respinge perché abbaia. L’abbaiare del cane ci blocca perché attiva in noi una emozione legata al significato di pericolo imminente. Questa situazione produrrà in noi un conflitto fra l’azione e l’immobilità, ossia tra il desiderio di carezzare il cane e la paura che ci morda.

Un esempio classico ed esplicativo di comportamento fobico appreso è quello del piccolo Albert. Il bambino era un tipo tranquillo, che amava giocare con i topolini. Un giorno, mentre giocava con i suoi animaletti, di cui non aveva alcun timore, gli fu fatto sentire alle spalle un forte, spaventoso, rumore (stimolo incondizionato). Da quel momento i topolini (stimolo all’origine neutro, che non faceva paura, diventa condizionato) non gli furono più indifferenti: ogni volta che ne vedeva uno era preso da una forte paura, che presto si manifestò anche per animali simili ai topi. Così nascono e si consolidano le fobie: uno stimolo in grado di provocare una reazione di paura (detto anche stimolo incondizionalo) si associa, casualmente o su pressione dell’ambiente, con uno stimolo precedentemente neutro e lo condiziona, vale a dire lo rende simile a sé. La generalizzazione dello stimolo è un fenomeno che si verifica quando una paura consolidata per un dato oggetto o situazione si trasmette anche a oggetti o situazioni simili alle precedenti. Per tornare all’esempio del condizionamento del piccolo Albert, il rumore, capace di attivare nel bambino una sensazione di paura, ossia ad una emozione legata alla sensazione di pericolo imminente (stimolo incondizionato), che poi riesce a condizionare negativamente non solo il rapporto con il topo (stimolo precedentemente neutro, poi condizionato), ma anche le possibilità di contatto con altri animaletti simili (generalizzazione dello stimolo). Quindi, nel processo di consolidamento del comportamento fobico concorrono insieme sia il sistema cognitivo, sia il sistema emozionale. Le fobie, così come gli altri comportamenti osservabili, sono per i comportamentisti il risultato di apprendimenti e condizionamenti sociali errati. Questi condizionamenti spingono il soggetto fobico a mettere in atto dei programmi comportamentali specifici, come il comportamento di evitamento o di fuga, per sottrarsi alla paura angosciante che lo assale in determinate situazioni. Possiamo dire, quindi, che l’acquisizione, la programmazione e la messa in atto di una sequenza comportamentale come l’evitamento o la fuga è determinata anche dalla anticipazione, previsione, dei vissuti emotivi (piacere – dispiacere) che l’individuo sperimenterebbe se affrontasse una determinata situazione. Il fobico considera il sottrarsi da tutte quelle situazioni che lo porterebbero a sperimentare l’angoscia un successo adattivo (piacere) e ciò rappresenta anche la ricompensa che conduce al consolidamento del comportamento di evitamento. Esempio, chi ha paura dell’ascensore farà sempre le scale a piedi, evitando di mettersi in condizione di aver paura, ma in questo modo il soggetto si sottrae, di fatto, alla possibilità di lasciar estinguere i suoi comportamenti condizionati (non prendre l’ascensore) anche quando questi non sono più rinforzati dallo stimolo incondizionato, ossia dall’emozione negativa vissuta nell’originaria esperienza dell’essere rimasti “imprigionati” nell’ascensore. Dunque, il sistema emozionale consente di attribuire un valore (piacere - dispiacere) sia all’informazione sensoriale di cui si fa esperienza, sia alla relazione che si stabilisce tra una determinata informazione sensoriale e una determinata sequenza comportamentale.

Nei suoi recenti studi Le Doux, autore del “Il cervello emotivo” (1996), afferma che il sistema emozionale può essere considerato a tutti gli effetti un sistema adattivo. Ciò significa che il suo funzionamento è simile al sistema cognitivo, infatti, anche esso prevede la analisi dell’informazione, la sua elaborazione, l’organizzazione della risposta e la memorizzazione. Però, a differenza del sistema cognitivo, il sistema emozionale è un sistema di emergenza, capace, quindi, solamente di una analisi rapida e per questo grossolana della realtà, e di una altrettanto rapida risposta che, vista la rapidità, può diventare stereotipata. Così, riportando l’esempio di Le Doux, se durante una passeggiata nel parco scorgiamo vicino a noi una forma ricurva, la nostra reazione è di solito immediata. La reazione immediata sta ad indicare che il sistema emozionale, prima che possa avvenire una elaborazione fine dello stimolo, attività e produce, “in automatico”, la risposta già approntata per occasioni simili. Solo in un secondo momento il sistema cognitivo valuterà la reale efficacia del comportamento, stabilendo sia la natura dell’oggetto, sia l’apropriatezza della risposta.

L’autore del “Il cervello emotivo”, ha evidenziato che ciò che viene saldamente memorizzato in coincidenza delle esperienze traumatiche, sia mediato dall’amigdala, depositaria della memoria emozionale implicita (soprattutto la paura), ovvero l’aspetto procedurale dell’emozione. La mielinizzazione dell’amigdala, inoltre, avviene prima dell’ippocampo, rendendo possibile la memorizzazione, in età infantile, di esperienze di paura che sono impossibili da riferire in parole (vedi il caso del piccolo Albert). Infatti, secondo l’autore le esperienze traumatiche nella prima infanzia possono influenzare il comportamento del bambino ma poi in seguito anche quello dell’adulto, anche se non ne rimane traccia nella memoria, affermando che le emozioni esistono come parte di un complesso sistema neurale che si è evoluto per permetterci di sopravvivere. Inoltre, l’autore afferma che la memorizzazione delle emozioni sarebbe indipendente dalla memorizzazione episodica e semantica delle emozioni, azione legata alla funzionalità dell’ippocampo. La valutazione di uno stimolo esterno o interno ad un trauma, inoltre, sarebbe valutato prima dall’amigdala rispetto all’ipotalamo, in modo rapido ma grossolano, e ciò comporta che la persona è portata a rispondere in modo “supercondizionato” prima che possano intervenire modalità di controllo più raffinate come quelle corticali e, addirittura, prima che possa essere portata a termine l’attività percettiva. Secondo Le Doux è possibile produrre un condizionamento alla paura senza che la corteccia cerebrale sia coinvolta nel processo e ciò è possibile perché le connessioni fra sistemi emotivi e cognitivi sono sbilanciate a favore delle prime, in quanto sono maggiori le connessioni fra l’amigdala e la corteccia rispetto al contrario.

Tutto ciò porta a considerare che una psicoterapia rivolta unicamente alle memorie emozionali episodiche ed alla loro astrazione semantica è destinata ad una parziale riuscita, in quanto l’aspetto procedurale delle emozioni è “supercondizionato” a livello di strutture emozionali potenzialmente indipendenti dal controllo corticale. Quindi, è fondamentale che la terapia si concentri inizialmente sulla risposta emozionale ansiogena, sostituendola con un’altra antagonista come la calma. I Comportamentismi nel trattare le fobie hanno sviluppato alcune tecniche che permettono questa progressiva sostituzione.

Terapie

Il procedimento che viene comunemente applicato nelle sindromi fobico-ansiose è quello della desensibilizzazione sistematica: il legame condizionato viene attaccato con una serie di controcondizionamenti, che consentono di raggiungere progressivamente un miglior controllo della risposta fobica. Dunque, in presenza dello stimolo ansiogeno, si insegna al paziente come produrre delle risposte antagoniste, in modo che la reazione indesiderata venga indebolita o eliminata, attenuando il legame errato fra certi stimoli e certe risposte. Anzitutto si stabilisce una precisa gerarchia degli stimoli ansiogeni, dai primi agli ultimi, chiedendo al soggetto di evocare le situazioni temute partendo dalle ultime, cioè quelle meno disturbanti. Una volta ottenuta tale rievocazione si procede al rilassamento, che può essere il Training Autogeno di Schuitz, il rilassamento progressivo di E.Jacobson o, ancora, altre tecniche di tipo più suggestivo. Tale procedimento si ripete più volte, al fine di insegnare, al soggetto fobico, a produrre delle risposte antagoniste di calma di fronte al sintomo ansiogeno e aiutando lo stesso a sviluppare delle abilità personali, comportamentali, in grado di fronteggiare le situazioni temute. Dunque, per guarire una fobia, è fondamentale lavorare prima sulle risposte antagoniste di calma e poi sul comportamento, che va riorganizzato in modo che sia più adeguato e funzionale.

TEORIA COGNITIVA CLASSICA

Secondo questo approccio le persone costruiscono la loro realtà personale così come gli scienziati costruiscono le loro teorie, ma a volte queste teorie, convinzioni o idee possono portare l’individuo a interpretare gli stimoli provenienti dal mondo esterno ed interno in modo scorretto, ossia disfunzionale. Ciò significa che non sono le cose in sé, i fatti nudi e crudi, che ci fanno stare male, ma le idee che abbiamo su di esse, ossia il modo in cui noi le interpretiamo. Pertanto, il nostro stato d’animo dipende in gran parte dai nostri pensieri. In questa ottica anche la fobia è causata da pensieri irrazionali o da convinzioni disfunzionali sulla realtà. Quindi, possiamo affermare che i pensieri irrazionali o le convinzioni disfunzionali agiscono come dei “filtri” in grado di distorcere l’analisi obiettiva della realtà e indurrebbero la persona ad interpretare gli eventi in termini minacciosi. Così, ad esempio, una persona fortemente dipendente dal giudizio degli altri, che ritenga di non essere abbastanza intelligente o brava ad esporre il proprio pensiero, è tormentata dal timore sia di essere giudicata negativamente da chi la circonda, sia di perdere la loro stima e la loro benevolenza qualora dovesse esporre le sue idee, soprattutto se ritenute diverse da quelle professate dagli altri.

Inoltre, secondo questa la teoria, i pensieri irrazionali e le convinzioni disfunzionali sono originati, negli individui, sia dai diversi stili educativi ricevuti in età evolutiva e impartiti dalle figure di riferimento (Albert Ellis), oppure, originate da un apprendimento difettoso (Aaron Beck), sia dal tipo di accudimento ricevuto in età infantile dalla coppia genitoriale.

Stili educativi e fobia

La ricerca sulle fobie ha permesso di individuare alcuni stili educativi che favoriscono maggiormente, nel bambino, l’apprendimento di convinzioni, inferenze e valutazioni distorte sulla realtà e che in seguito possono dare origine a dei disturbi fobici. Gli stili educativi in questione sono:

1) Stile ipercritico. E caratterizzato da un’elevata frequenza di critiche rivolte al bambino sotto forma di rimproveri oppure manifestando biasimo nei suoi confronti, svalutandolo e mettendolo in ridicolo. Gli adulti che adottano questo stile educativo, difficilmente notano i comportamenti adeguati del bambino, mentre sono sempre pronti ad evidenziare i suoi errori, quindi, l’interazione avviene quasi esclusivamente sotto forma di rimproveri. Ciò può determinre nel bambino la paura di sbagliare, di essere disapprovato, l’isolamento sociale, una bassa stima di sé e comportamenti di evitamento.

2) Stile perfezionistico. E’ uno stile educativo sostenuto dalla convinzione che il bambino deve riuscire bene in tutto ciò che fa e che il suo valore (e quello dei suoi genitori) e determinato dal successo che ottiene in varie attività. Tali genitori comunicano al bambino che egli vale qualcosa e merita di essere amato solo se riesce in tutto quello che fa così, nel bambino, viene modellato un atteggiamento perfezionistico, che lo porta a temere in modo eccessivo la disapprovazione, il rifiuto e la critica qualora non riesca bene in ciò che fa. I bambini educati con questo stile, diventano molto ansiosi quando si cimentano in qualcosa di impegnativo (compiti in classe, esami, gare ecc.) e ritengono di valere qualcosa, solo se riescono bene ed ottengono l’approvazione altrui. La possibilità di sbagliare viene considerata una catastrofe. Le manifestazioni più frequenti di paura sono, in questo caso, l’ansia scolastica e l’ansia sociale.

3) Stile iperansioso-iperprotettivo. Si manifesta in genitori che si preoccupano eccessivamente dell’incolumità fisica (iperansioso) del bambino e tendono a proteggere in continuazione il figlio da ogni minima frustrazione (iperprotetivo).

Nel bambino vengono quindi modellate, attraverso una sorta di contagio emotivo, paura, timidezza e dubbi sul proprio valore personale trasmettendogli soprattutto queste idee:

a) i pericoli sono dappertutto e bisogna stare continuamente all’erta;

b) se qualcosa è spiacevole o frustrante bisogna evitarlo ad ogni costo;

c) se accadesse qualcosa di brutto sarebbe terribile;

d) se qualcosa va storto non si può fare a meno di rimanere sconvolti;

e) per sopravvivere bisogna assolutamente avere la certezza che le cose vadano bene.

Questi sono, secondo la teoria cognitiva classica, gli stili educativi che possono produrre nel soggetto lo sviluppo di patologie fobiche. Ellis, un esponente di questa scuola cognitiva, distingue le paure infantili in due categorie principali: la paura di eventi esterni e la paura delle proprie inadeguatezze (ansia d’esame, ansia sociale ecc.). Così, le paure vengono differenziate in paura di subire un danno fisico e paura di subire un danno di tipo socio-affettivo. Inoltre, l’autore afferma che in entrambi i casi le frasi che il soggetto si ripete (dialogo interno) e che conducono alla paura sono costituite da questi tre tipi di pensieri, convinzioni:

1 -Qualcosa di brutto potrebbe accadere;

2 -Se succede sarà orrendo e catastrofico;

3 -Siccome sarà orrendo, allora devo preoccuparmene e pensarci in continuazione.

 

 

Idee irrazionali e fobia

il condizionamento dovuto alle esperienze passate, specie quelle dell’infanzia e dell’adolescenze può portare una persona a costruirsi delle idee su di sé e sul mondo che lo circonda.

Alcuni tipi di convinzioni o idee sono particolarmente “a rischio fobico”, poiché porteranno la persona ad accumulare nel corso della sua vita una serie di esperienze traumatiche. Ad esempio, colui che pensa che nella vita debba ricevere amore e approvazione da tutti quelli che conosce, comincerà a soffrire terribilmente di fronte alle innumerevoli occasioni in cui qualcuno gli fa una critica negativa; pretenderà approvazione in ogni occasione; passerà tutto il suo tempo a cercare di ottenere l’approvazione e l’attenzione degli altri; diventerà accomodante e servile; diventerà insicuro fino a infastidire gli altri; inibirà ogni slancio amorevole verso gli altri. La sua vita sarà terribilmente priva di gratificazioni, proprio ciò di cui va maggiormente alla ricerca, ed in cambio sarà colma di sofferenza.

Ellis ha individuato innumerevoli idee irrazionali e afferma che sono appunto queste idee o convinzioni che generano più frequentemente un disturbo emotivo. Inoltre, sottolinea che ciò provoca i maggiori disastri emotivi non è l’emozione ma più frequentemente l’idea irrazionale che è alla sua base. Queste idee, derivanti da costrutti e/o convinzioni disfunzionali, una volta strutturate nella nostra mente diventano parte integrante di noi stessi e quando la nostra capacità di pensare razionalmente sarà più debole il nostro intelletto, nel tentativo di capire e fronteggiare l’evento critico, farà ricorso alle idee irrazionali. Ciò, a lungo andare, va ad inibire il pensiero razionale.

Albert Ellis nella sua lunga attività di psicoterapeuta ebbe modo di individuare undici idee irrazionali.

Idee irrazionali che producono nevrosi

1)    “Per un essere umano adulto è un bisogno pressante essere amato o approvato praticamente da tutte le persone importanti della collettività in cui vive”;

2)    “Si deve essere totalmente competenti, adeguati e vincenti sotto ogni possibile aspetto, per potersi considerare degni di valore”;

3)     “Certe persone sono cattive, perfide o infami e devono essere condannate e punite per la loro malvagità”;

4)     “È tremendo e catastrofico se le cose non vanno come ci piacerebbe che andassero”;

5)     “L’infelicità umana dipende da cause esterne e gli individui hanno poca o nessuna capacità di controllare le proprie pene e i propri disturbi”;

6)     “Se qualcosa è o può essere pericolosa o dannosa, bisogna preoccuparsene e continuare a pensare alla possibilità che succeda”;

7)   “È più facile evitare certe difficoltà e responsabilità piuttosto che affrontarle”;

8)     “Dobbiamo dipendere dagli altri e abbiamo bisogno di qualcuno più forte di noi su cui contare”;

9)     “Il nostro passato è una determinante essenziale del nostro comportamento attuale, e ciò che una volta ha influenzato fortemente la nostra vita deve continuare per sempre ad avere lo stesso effetto”;

10)       “Dobbiamo sconvolgerci terribilmente per i problemi e i disturbi degli altri”;

11)       “C’è sempre una soluzione giusta, esatta e perfetta per tutti i problemi umani, ed è una catastrofe se non la si trova”.

Come si può osservare tutte queste idee o convinzioni irrazionali derivano da apprendimenti errati avvenuti durante lo sviluppo del soggetto, errori, questi, determinati prevalentemente da particolari stili educativi impartiti dalle figure di riferimento primarie. Inoltre, questi apprendimenti errati determinano anche gli errori di valutazione e di interpretazione cognitiva degli eventi. Quindi, possiamo affermare che alcuni stili educativi possono portare l’individuo a distorcere l’analisi della realtà, inducendo lo stesso ad interpretare gli eventi in termini minacciosi e ciò accade prevalentemente nelle patologie fobiche.

TEORIA COGNITIVA POST-RAZIONALISTA O COSTRUTTIVISTA

Come affermato in precedenza anche l’accudimento che il bambino riceve dalla coppia genitoriale può determinare nello stesso l’insorgenza di convinzioni distorte e/o idee irrazionali sulla realtà che lo circonda, nonché dare origine alle più comuni fobie infantili. Quindi, secondo le teorie cognitiviste ad orientamento costruttivista, che fanno riferimento alla teoria di John Bowlby, le cause di una probabile patologia fobica sono da attribuirsi al particolare stile di attaccamento che il bambino ha sviluppato nell’interazione con le figure di attaccamento primarie.

La parola “attaccamento” è sempre più usata nel campo della psicologia dell’età evolutiva. Questo termine, nel linguaggio comune, ha però delle connotazioni soprattutto negative: si parla spesso di “attaccamento eccessivo”, di “attaccamento morboso”. Sembra insomma che l’attaccamento sia una specie di male necessario che i bambini affrontano nel corso del loro sviluppo e che, auspicabilmente, col tempo sarà superato, permettendo al soggetto di arrivare all’autonomia che un individuo maturo dovrebbe avere.

Secondo le teorie di John Bowlby, che ha introdotto questo termine nel linguaggio della ricerca scientifica, l’attaccamento tra esseri umani ha, invece, una funzione protettiva che continua a essere significativa per tutta la durata nell’arco della vita umana. La vicinanza di un altro essere umano, che possibilmente sia più forte ed esperto di noi e che tenga a noi abbastanza da volerci proteggere in caso di pericolo, è una risorsa che a tutte le età ha le sue attrattive e i suoi vantaggi. Sulla base di queste teorizzazioni, dunque, l’attaccamento non è una caratteristica da superare, ma piuttosto una risorsa da imparare ad usare nel modo più funzionale rispetto a sé e al proprio contesto sociale e all’ambientale.

Per i bambini l’attaccamento a una figura genitoriale non è semplicemente un vantaggio ai fini del proprio benessere, è, invece, una vera e propria esigenza ai fini della sopravvivenza. Il genitore non è solo la figura che sostiene il bambino nutrendolo di cibo e stimoli, ma è anche la figura che lo protegge dai pericoli del mondo. Però, oltre ad essere protetto fisicamente il bambino, nella relazione con la figura di attaccamento, apprende anche ad usare la propria mente per riconoscere, raccogliere ed elaborare le informazioni riguardanti i pericoli e, allo stesso tempo, apprende anche il modo di proteggersene. Ciò comprende anche il modo di utilizzare il sostegno della figura di attaccamento, il modo di attirarne l’attenzione e le aspettative che si possono nutrire nei confronti della figura stessa e, per estensione, nei confronti di altri adulti. Il bambino, quindi, nell’interazione con l’adulto significativo, apprende e mette in atto le strategie di negoziato più “efficaci” per arrivare alla realizzazione di progetti condivisi. In definitiva, le prime relazioni di attaccamento sono un laboratorio privilegiato per il formarsi di una serie di modalità operative per la protezione del sé, modalità che poi ogni individuo porterà con sé nel corso del suo sviluppo. Quindi, le strategie inizialmente apprese, che nel corso dello sviluppo potranno affinarsi e modificarsi anche radicalmente, contribuiscono sempre a dar forma a quello che è il comportamento quotidiano del soggetto adulto. Le modalità operative sono parte integrante dei così detti “modelli operativi interni”, ossia vere e proprie rappresentazioni mentali del mondo, delle figure di attaccamento e del sé.

Il lavoro sperimentale ispirato da questa teoria ha portato alla luce l’esistenza di differenze individuali nella qualità di attaccamento. Queste differenze qualitative, oltre che essere, com’è ovvio, legate a variabili biologiche, di contesto familiare e di ambiente sociale, descrivono ed identificano quattro stili diversi e fondamentali di attaccamento. Lo studio sperimentale dei pattern di attaccamento ha permesso di strutturare delle tecniche e metodologie di valutazione osservativi capaci di individuare e descrivere la qualità dell’attaccamento, a questo proposito ricordiamo la Strange Situation per i piccoli e l’Adult Attachment Interview per gli adulti. I dati forniti da queste procedure hanno consentito di approfondire il significato e l’organizzazione funzionale dei diversi stili di attaccamento, non solo in termini teorici generali, ma anche clinici. Infatti, tramite la valutazione dello stile di attaccamento si possono ottenere elementi esplicativi in termini funzionali, ma anche sulla genesi di alcuni problemi.

Ad esempio, nel campo della clinica dell’età evolutiva è ovvio l’utilizzo di questo paradigma teorico, infatti, un problema emergente, se non ha correlati biologici o determinati da una condizione medica particolare, in età evolutiva viene descritto come un problema di carattere relazionale tra figlio e genitori (difficoltà di separazione, difficoltà di gestione del negoziato, situazioni di abuso). Forse meno ovvio, ma altrettanto rilevante è il contributo della teoria dell’attaccamento all’inquadramento clinico di situazioni in cui si riscontrano disturbi della condotta, fobie, rituali, problemi di attenzione, e molti altri aspetti del comportamento a casa, a scuola e in altri contesti sociali. Comunque, molte letture psicopatologiche enfatizzano il significato che i comportamenti possono assumere se ricondotti all’individuo che li compie e al suo caratteristico pattern di attaccamento.

Tornando a noi, la teoria dell’attaccamento, in quanto teoria relazionale, riconduce i comportamenti al loro senso funzionale nelle interazioni in corso, ma anche al significato che essi possono avere nel quadro della strategia di protezione del sé. Secondo questa teoria, quindi, i modelli operativi interni che il bambino ha strutturato nell’interazione con le figure di attaccamento divengono, nella vita adulta, schemi comportamentali, ma anche di pensiero, quindi, convinzioni che guidano l’individuo sia nelle sue relazioni, sia nella comprensione della realtà.

In altre parole i modelli operativi interni racchiudono in se la potenzialità di sviluppare quei valori che nell’adulto gli psicologi cognitivisti definiscono “convinzioni”.

Caratteristiche generali dei diversi pattern di attaccamento

Attaccamento sicuro (B):

l’individuo che ha un attaccamento sicuro mostra fiducia nella disponibilità, nella comprensione e nell’aiuto della figura di attaccamento nelle situazioni di difficoltà o paura: Questo schema viene proposto da un genitore facilmente disponibile, attento e reattivo ai segnali del bambino, empatico e amoroso quando il bambino cerca conforto o coccole. La Strange Situation ha rilevato, nell’attaccamento sicuro (B), che il bambino se pur protesta per la separazione dalla madre, al ricongiungimento con la stessa prontamente si sente confortato. Quando la madre è presente, il bambino può giocare liberamente o esplorare l’ambiente senza temere pericoli. La configurazione omologa all’Adult Attachment Intreview è la configurazione autonoma, caratterizzata dal libero accesso alla propria storia di attaccamento, permesso dalla coerenza di tutti i sistemi di memoria: procedurale, per immagini, semantica ed episodica.

Attaccamento insicuro-ambivalente (ansioso – resistente) (C):

l’attaccamento di tipo insicuro-ambivalente è tipico di quegli individui che non hanno la certezza che il genitore sia pronto ad aiutarli o contenerli in caso di bisogno. L’incertezza spinge il bambino, e successivamente l’adulto, a essere sempre incline a provare una forte angoscia di separazione, è ansioso, non spinto all’esplorazione gioiosa, sempre impaurito. In questo schema il conflitto è evidente e il genitore è incostante nel dare aiuto e vicinanza al bambino oppure è troppo esigete, intrusivo e minaccia di abbandono il figlio ogni volta che questo non rispetta le sue aspettative.

Il comportamento, evidenziato nella Strange Situation, è caratterizzato dalla protesta fortemente angosciata alla separazione, condizione che non viene eliminata al ricongiungimento. Il bambino è inibito nel gioco, tende ad alternare rabbia ed accondiscendenza verso una Figura di Attaccamento, da ora in poi FDA, percepita come imprevedibile. Il comportamento di attaccamento è abnormemente attivato (Bowlby, 1988). La configurazione adulta omologa all’Adult Attachment Intreview è quella preoccupata: questi individui manifestano eccessivo coinvolgimento nel racconto della propria storia di attaccamento, raccontata con molte incoerenze e con l’impressione che non abbiano ancora raggiunto l’autonomia adulta (Lorenzini, Sassaroli, 1995). A livello dei modelli operativi interni, tendono ad aspettarsi un esito incerto della relazione, risultato ancorato all’amabilità che essi riusciranno o meno a dimostrare; l’immagine del sé tende ad essere di una persona fragile, bisognosa, non amabile.

Attaccamento insicuro-evitante (ansioso evitante) (A):

si ha un attaccamento di tipo insicuro-evitante in tutti quei soggetti che hanno capito che ogni volta che si dimostrano bisognosi di aiuto o vicinanza, vengono seccamente e nettamente rifiutati o allontanati. Questi bambini imparano presto a inibire i loro sentimenti, di paura e amore, a diventare precocemente autosufficienti a livello emotivo e rischiano di diventare personalità di tipo falso Sé (Winnicott, 1960) o di tipo narcisista; i casi più gravi sono il risultato di genitori costantemente e fortemente rifiutanti nei confronti dei bambini: li allontanano ogni qual volta essi hanno bisogno. I pattern insicuri alla Strange Situation sono legati in generale all’intrusività, al rifiuto o alla inadeguatezza delle cure; il bambino si trova nella condizione di dovere gestire il proprio stato emotivo non trovando nella FDA un supporto adeguato. Nell’attaccamento insicuro-evitante il bambino non piange al momento della separazione e tende ad evitare la FDA al momento del ricongiungimento. Questi individui hanno adottato la strategia di rendere il meno operativo possibile il sistema dell’attaccamento ad esprimere poco i propri bisogni, per evitare risposte negative o inefficaci da parte della FDA (Bowlby, 1988). Quindi, i bambini imparano ad essere falsamente autosufficienti e ad esprimere la rabbia in modo inappropriato. La configurazione adulta omologa all’Adult Attachment Intreview è la distanziante. Chi ottiene questa valutazione dello stato mentale tende a svalutare l’importanza delle proprie esperienze di attaccamento, a raccontare eventi coinvolgenti in modo freddo e distaccato. A livello dei modelli operativi interni, si tende a svalutare l’intimità, ad attendersi rifiuti, potendo il Sé avere sia valenza positiva che negativa. Questo pattern di attaccamento, in età infantile come in età adulta, ha comunque dimostrato, durante le fasi critiche delle osservazioni, di presentare un’elevata attivazione psicofisiologica rilevata sperimentalmente, ma negata verbalmente dal soggetto (Cassidy, Kobach, 1988)

 

Attaccamento disorientato - disorganizzato (D):

Il soggetto con attaccamento di tipo disorganizzato non costituisce un modello perfettamente distinguibile, ma rappresenta, piuttosto, l’assenza di un modello definito o la versione disorganizzata dei uno o più degli altri schemi, dove aspetti evitanti e fortemente angosciosi si mischiano.

La Strange Situation ha permesso di evidenziare che bambini con questo pattern di attaccamento hanno difficoltà ad esibire un qualunque pattern di comportamento organizzato e tendente ad un fine. Questi bimbi mostrano comportamenti incoerenti, paradossali, di freezing, stereotipie, apparentemente afinalistici, di irrigidita vigilanza e iperallerta (Ammaniti, Stern, 1992; Bowlby, 1988; Liotti, 1994; Rezzonico, Ruberti, 1996), comportamenti correlati alla presenza di una FDA che suscita paura. La funzione di accudimento entra in una situazione di scacco dove sia il bisogno di approccio che di fuga dal genitore sono contemporaneamente attivati (Main, Hesse, 1992). L’evidenza della ricerca porta a ritenere che con il passare del tempo il pattern disorganizzato tenda a confluire nei pattern evitante ed ambivalente (Crittenden 1994b). Si ritrova frequentemente questo pattern in presenza di FDA che sono state oggetto di traumi, gravi lutti o maltrattamenti ed in generale in genitori che sono stati “allevati” in un contesto familiare ad alto rischio di maltrattamento. Il pattern adulto omologo all’Adult Attachment Intreview è quello irrisolto, proprio di persone impegnate nella elaborazione di gravi eventi traumatici o luttuosi o con disturbi affettivi maggiori (Main, Hesse, 1992).

Pattern di attaccamento e sviluppo delle fobie

Le ricerche sui modelli operativi interni hanno evidenziato che lo stile di attaccamento ansioso-resistente, più degli altri, può dare origine ad una patologia di tipo fobica-ossessiva. Infatti, come abbiamo visto precedentemente le madri dei bambini con un attaccamento di tipo “ansioso resistente (C)” sono poco capaci di calmare i propri bambini quando questi piangono. Come risultato di questa particolare interazione i bambini “C” hanno bisogno di più tempo e maggiori attenzioni per calmarsi dopo che sono stressati. Viceversa quando il bambino è tranquillo ed inizia ad esplorare l’ambiente, questi genitori che vedono il mondo pericoloso (ricorda lo stile educativo iperansioso-iperprotetitto) attirano su se stessi l’attenzione del bambino. Ciò porta il bambino a mantenersi il più vicino possibile alla propria figura di attaccamento, dimostrandosi sempre cauto nell’esplorazione dell’ambiente ed impaurito se è presente una figura estranea.

Secondo Mary Main i genitori dei bambini “C” hanno bisogno di mantenere il sistema comportamentale dell’attaccamento attivato ad una certa intensità.

Liotti sostiene che in tali casi si può sviluppare nel bambino un modello operativo interno del sé “duplice”: per un verso “amabile e degno di attenzione e simultaneamente come indegno di ricevere cure nei momenti di bisogno”. In oltre l’autore delinea la possibilità che un attaccamento di tipo ansioso-resistente favorisca lo sviluppo di una personalità di tipo “fobico” nell’età adulta, ipotesi delineata anche da Bowlby nel 1969.

L’INTERVENTO RAZIONALE-EMOTIVO NEL TRATTAMENTO DELLE PAURE INFANTILI

ACCERTAMENTO DIAGNOSTICO

Prima di decidere sull’opportunità di un intervento cognitivo-comportamentale è essenziale effettuare un attenta valutazione comportamentale. È possibile, infatti, che il bambino non presenti alcuna disfunzionalità cognitiva, nessuna irrazionalità particolare collegata alla paura. Il comportamento problematico potrebbe essere invece rinforzato dall’attenzione degli adulti significativi o da altre forme di ricompensa. L’accertamento diagnostico prevede i seguenti momenti:

a)     colloquio coi genitori;

b)     colloquio col bambino;

c)      somministrazione di scale di valutazione o test;

d)     osservazioni comportamentali dei genitori nel contesto familiare;

e)      automonitoraggio da parte del bambino delle proprie reazioni emotive e dei propri pensieri.

Colloquio con i genitori. Gli obiettivi del colloquio sono:

a) ottenere una descrizione accurata dei comportamenti e delle emozioni del bambino in modo da poter arrivare ad una definizione obiettiva delle sue ansie o paure;

b) raccogliere informazioni sul ruolo svolto dai genitori sull’origine della paura e sul suo mantenimento;

c) scoprire le distorsioni cognitive, gli atteggiamenti irrazionali e i comportamenti erronei dei genitori;

d) valutare le abilità e lo stile educativo dei genitori, le loro reazioni emotive ai comportamenti problematici del bambino e la loro “filosofia educativa”;

e) iniziare ad abituare i genitori a considerare il bambino secondo un’ottica cognitivo-comportamentale;

f) concordare gli scopi dell’intervento.

 

Colloquio col bambino. Consente di raccogliere le seguenti informazioni:

a) dettagli sulle situazioni in cui si verifica la reazione emotiva di paura;

b) individuazione preliminare dei modelli di pensiero prevalenti nel bambino: ciò che egli pensa immediatamente prima e durante l’emozione di paura;

c) dettagli su come il bambino percepisce il problema, in particolare se si fa un “problema sul problema” (potrebbe, ad esempio, deprimersi o autosvalutarsi per aver avuto paura);

d) descrizione, dal punto di vista del bambino, delle conseguenze: cosa fanno gli altri quando lui si comporta in modo ansioso o pauroso;

e) ridefinizione degli scopi dell’intervento tenendo conto del punto di vista del bambino.

Somministrazione di scale di valutazione. Quando l’età del bambino lo consente, si può ricorrere alla somministrazione di alcune scale. Fra le più utili possono essere: l’inventano delle paure, lo STAI per l’età evolutiva, l’inventario delle idee irrazionali.

Osservazioni comportamentali dei genitori. Si procede effettuando la consueta misurazione di base. A seconda del tipo di paura potranno essere approntate particolari tabelle per la rilevazione dei dati.

Automonitoraggio delle emozioni e dei pensieri. Verso gli 8-9 anni un bambino è già in grado di fornire con una certa attendibilità un resoconto delle proprie reazioni di paura indicando la situazione, i pensieri e l’intensità soggettiva dell’emozione.

L’INTERVENTO PSICOTERAPEUTICO

Prima di impiegare specifiche tecniche terapeutiche è preferibile cercare di portare i genitori e il bambino a concettualizzare il problema secondo una prospettiva cognitivo-comportamentale. Per quanto riguarda i genitori si è rivelato utile produrre in loro la comprensione di questi assunti fondamentali

a) è ciò che essi pensano sul bambino e sui suoi comportamenti a determinare le loro reazioni emotive;

b) alcune loro reazioni emotive influenzano negativamente il comportamento del bambino;

c) le loro idee e le loro emozioni possono essere sostituite con altre più adeguate ad aiutare il bambino.

Per quanto riguarda il bambino è utile fargli acquisire consapevolezza del fatto che ci sono altri modi di sentirsi e di comportarsi nelle situazioni problematiche che lo riguardano. Si cercherà, quindi, di esplorare con il bambino le conseguenze negative dei suoi comportamenti disturbati e le conseguenze positive a cui possono portare altri comportamenti alternativi più adeguati.

Uno dei primi compiti del terapeuta è quello di aiutare il bambino a riconoscere le proprie emozioni negative. Molti bambini, infatti, ritengono naturale o addirittura utile avere certe reazioni emotive, in quanto non si rendono conto dell’esistenza di altre possibilità. A volte i bambini non riescono neanche a dare un nome ai propri stati d’animo, poiché non conoscono i termini necessari per descrivere le proprie emozioni. Altre volte hanno, invece, una concezione dicotomica delle emozioni (ad esempio: felice-disperato, contento-arrabbiato) ed hanno difficoltà a riconoscere condizioni emotive intermedie. Per queste ragioni è opportuno, in una prima fase dell’intervento terapeutico, espandere il vocabolario emotivo del bambino, portandolo ad apprendere diversi termini per descrivere le proprie emozioni.

Quando il livello di sviluppo cognitivo lo consente, si cerca di rendere consapevole il bambino del meccanismo dell’emozione presentandogli, con un linguaggio adeguato, il modello A-B-C. Questo per costruire una base concettuale su cui impostare il lavoro terapeutico. Nel far questo, si cercherà di ricorrere a esemplificazioni facilmente accessibili al bambino, utilizzando anche espedienti visivi come disegni, poster, fumetti . L’insight fondamentale per il bambino consiste nel rendersi conto che i propri pensieri sono “i brutti ceffi” responsabili delle sue paure. Per far capire al bambino la distinzione tra pensieri razionali e pensieri irrazionali si farà ricorso a termini quali “pensieri utili” e “pensieri dannosi”.

Per produrre un cambiamento cognitivo si possono usare anche metodi di modificazione del comportamento. Così, ad esempio, si potrà ricorrere al modellamento di pensieri razionali per poi rinforzare l’uso adeguato di tali pensieri durante le attività proposte dal terapeuta. Il modellamento può effettuarsi anche utilizzando filmati in cui il protagonista “pensa ad alta voce”. Coi bambini più piccoli è utile ricorrere a semplici drammatizzazioni attraverso l’uso di pupazzi o marionette.

Il nucleo dell’intervento cognitivo sulle paure è la messa in discussione dei pensieri aventi la caratteristica di “catastrofizzare” sulle conseguenze dell’evento temuto. Questo lavoro di disputa dei pensieri disfunzionali può effettuarsi efficacemente solo dopo gli 8 anni. Esaminare e mettere in discussione i propri pensieri è una novità per la maggior parte dei bambini. E meglio far apprendere questa abilità con un approccio impersonale, attraverso storielle od esempi piuttosto che attaccare direttamente i pensieri irrazionali del bambino. Un accorgimento utile è quello di presentare le idee irrazionali di altri bambini e parlare dei loro errori e di come hanno imparato a superarli.

Una volta appresi i pensieri razionali da utilizzare in presenza di particolari eventi attivanti, è bene far sì che il bambino possa fare sufficiente pratica dell’utilizzo di tali pensieri. Ciò, può essere realizzato attraverso prove comportamentali, role-playing e una tecnica chiamata immaginazione razionale-emotiva (rational-emotive imagery o REI.). Quest’ultima tecnica consiste nel far ripetere al bambino i pensieri razionali precedentemente appresi, mentre immagina dettagliatamente di trovarsi nella situazione problematica sotto la guida del terapeuta. La REI termina facendo immaginare al bambino conseguenze rinforzanti contingentemente all’uso di verbalizzazioni razionali.

Per consentire una generalizzazione di quanto appreso durante la seduta, il terapeuta ricorre anche alla prescrizione di attività per casa. Una delle attività per casa più ricorrenti consiste nel prescrivere al bambino la ripetizione, più volte al giorno, di pensieri razionali adeguati. Tali pensieri possono essere inizialmente trascritti su cartoncini e ripetuti con convinzione immediatamente prima di impegnarsi in qualcosa di molto sgradevole, applicando così il principio di Prernack. Un’altra attività per casa molto utilizzata consiste nel prescrivere al bambino di affrontare le situazioni temute prima con l’immaginazione, applicando l’immaginazione razionale-emotiva, poi “in vivo” utilizzando frasi razionali di adeguatezza.

Quando i genitori sono collaborativi, è spesso opportuno ricorrere a programmi di modificazione del comportamento. L’uso di un sistema di rinforzi si rivela molte volte utile, in quanto il bambino può non essere intenzionato a lavorare per cambiare l’emozione inadeguata, come spesso accade con alcuni tipi di paure. Attivando un sistema di rinforzi, come ad esempio in un programma a punti, si fornisce un incentivo per motivare il bambino al cambiamento.

CONCLUSIONI

Lavorando coi bambini non si può prescindere dal considerare le varie tappe dello sviluppo cognitivo ed emotivo. Ad esempio, con bambini al di sotto dei 7 anni è necessario tener conto che a causa del loro egocentrismo tenderanno a interpretare la realtà basandosi essenzialmente sull’analisi percettiva piuttosto che sull’inferenza concettuale. Sembra inoltre che allo stadio pre-operazionale i bambini non siano in grado di generare da soli strategie cognitive che guidino il loro comportamento, quindi è fondamentale lavorare con tecniche squisitamente comportamentali. Inoltre, è da notare anche che mentre nell’adulto un repertorio di convinzioni irrazionali fortemente radicato è quasi sempre collegato a gravi disturbi emotivi, nel bambino alcuni modi irrazionali di pensare fanno parte del normale sviluppo cognitivo ed emotivo. La tendenza, ad esempio, a considerare catastrofici certi eventi è una costante facilmente riscontrabile nella seconda infanzia.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

A.Ellis (1962), Ragione ed emozione in psicoterapia, trad.it. Astrolabio, Roma, 1989.

Ainsworth M.D., Blehar M.C., Waters B.A., Wall S. (1978), Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation, Erlbaum, Hillsdale, New York, cit. in Crittenden, 1999

American Psychiatric Association (1994), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, IV-TR Edizione, Masson, Milano, 1996

Beck A. T. e Emery G. (1988), L’asia e le fobie, Astrolabio, Roma.

Beck A.T., Freeman A. (1990), Terapia cognitiva dei disturbi di personalità, Mediserve, Milano, 1993

Bowlby J. (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Cortina, Milano, 1982

Bowlby J. (1969), Attaccamento e perdita, vol. 1: L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino, 1972

Bowlby J. (1973), Attaccamento e perdita, vol. 2: La separazione dalla madre, Boringhieri, Torino, 1975

Bowlby J. (1980), Attaccamento e perdita, vol. 3: La perdita della madre, Boringhieri, Torino, 1983

Bowlby J. (1988), Una base sicura, Cortina, Milano, 1989

Bremner D.J., Marmar C.R. (eds.) (1998), Trauma, Memory, and Dissociation, American Psychiatric Press, Washington.

Bretherton I. (1992), Le origini della teoria dell’attaccamento: John Bowlby e Mary Ainsworth, in Carli, 1995

Carli L. (a cura di) (1995), Attaccamento e rapporto di coppia, Cortina, Milano

Cassidy J., Kobak R. (1988), Avoidance and its relations to other defensive process, in Belsky J., Nezworsky T. (a cura di), Clinical Implication of attachment, Erlbaum, Hillsdale, New York, cit. in Ammaniti, Stern, 1992

Crepet P., “Non siamo capaci di ascoltarli - Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza”, Einaudi. Torino, 2001

Crittenden P.M. (1994a), Nuove prospettive sull’attaccamento. Teoria a pratica in famiglie ad altro rischio, Guerini, Milano

Crittenden P.M. (1994b), Scrutando nella scatola nera: una dissertazione esplorativa sullo sviluppo del sè nei bambini piccoli, in Crittenden, 1994a

Crittenden P.M. (1999), Attaccamento in età adulta. L’approccio dinamico-maturativo all’Adult attachment Interview, Cortina, Milano

Crittenden P.M., Partridge M.F., Claussen A.H. (1991), Configurazioni familiari di relazione in famiglie normali e disfunzionali, in Crittenden, 1994b

De Silvestri C. (1981) I fondamenti teorici e cimici della terapia razionale-emotiva, Roma, Ubaldini.

De Silvestri C. (1999) Il mestiere di psicoterapeuta, Astrolabio, Roma.

Eibl-Eibesfeldt I. (1984), Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del comportamento, Boringhieri, Torino, 1993

Feeney J.A., Noller P. (1990), Lo stile di attaccamento come predittore delle relazioni di coppia negli adulti, in Carli, 1995

G.A. Kelly La psicologia dei costrutti personali. Teoria e personalità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004

Guidano V. (1987), La complessità del Sè. Un approccio sistemico-processuale alla psicopatologia e alla terapia cognitiva, Boringhieri, Torino

Kendall P.C. e Di Pietro M. (1995), Terapia scolastica dell’ansia, Edizioni Erickson, Trento, 1995.

Ledoux Joseph “Il cervello emotivo” Baldini Castoldi Dalai 1999

Liotti G. (1995) “attaccamento insicuro e agorafobia” in Parkes, Stevenson-Hinde e Marris Eds. “L’attaccamento nel ciclo della vita” Il Pensiero Scientifico.

Liotti G. (1994), La dimensione interpersonale della coscienza, La Nuova Italia Scientifica, Roma

Liotti G (1993), La discontinuità della coscienza. Etiologia, diagnosi e psicoterapia dei disturbi dissociativi, Franco Angeli, Milano

Lorenzini R., Il corpo nell’organizzazione di tipo fobico, in Il Corpo e la Terapia Cognitiva (1997), Atti del primo Convegno "Il Corpo e la Terapia Cognitiva", Orvieto, 20-22 ottobre 1995

Lorenzini R., Sassaroli S. (1995), Attaccamento, conoscenza e disturbi di personalità, Cortina, Milano

Main M., Hesse E. (1992), Attaccamento disorganizzato/disorientato nell’infanzia e stati mentali dissociati dei genitori, in Ammaniti, Stern, 1992

Montecchi F. (1994), Gli abusi all’infanzia. Dalla ricerca all’intervento clinico, La Nuova Italia Scientifica, Roma

Novelletto A. (a cura di ) (1995), Adolescenza e trauma, Borla, Roma

Parkes C.M. (1991), Attaccamento, legame e problemi psichiatrici successivi a una perdita in età adulta, in Parkes, Stevenson-Hinde, Marris, 1991

Plutchik R. (1994), Psicologia e biologia delle emozioni, Boringhieri, Torino, 1995

Pope K.S., Brown L.S. (1996), I ricordi delle antiche violenze. Come emergono, come si interpretano, come si superano, McGraw-Hill, 1999

Rezzonico G., Ruberti S. (a cura di) (1996), L’attaccamento nel lavoro clinico e sociale. Esplorazione e sviluppo di nuovi modelli di intervento, Franco Angeli, Milano

Simonelli, A., Calvo, V. (2002). L’attaccamento: teoria e metodi di valutazione, “le bussole” Carocci, Roma.

Foto di Dott. Angelo Vecchiarelli

L'articolo Fobie: origine e trattamento è stato scritto da Dott. Angelo Vecchiarelli: Psicologo, Psicoterapeuta

Zone di ricevimento: Campobasso (CB)

Chiedi un consulto privato a Dott. Angelo Vecchiarelli

Nome:
Email:
Tel.:
Richiesta: