Quando le emozioni non parlano: l'alessitimia

L'importanza di saper riconoscere le emozioni nella nostra esperienza

Autore: Dott.ssa Elisabetta Cerruti Sola - Psicologo (Psicologa), Psicoterapeuta

Risorse esterne


Nel linguaggio comune si dice che alcune persone sembrano “fredde”, “distanzianti”, ma anche forti, non tradiscono alcuna emozione...


In realtà ciò che probabilmente accade è che queste persone hanno «una difficoltà ad esprimere le emozioni... uno stile comunicativo incolore» (Solano, 2001) che ci porta a descrivere un comportamento di questo tipo con un nome “alessitimia” che deriva dal greco e significa assenza di parole per le emozioni :


a = senza


lexis = parole


thymos = emozione


Ne risulta che «la persona non reprime, inibisce o nega le emozioni, bensì non ha parole, in altri termini, non riesce ad esprimere le proprie emozioni» (Solano, 2001).


Il concetto di alessitimia fu introdotto da Nemiah e Sifneos negli anni ’70 per indicare un disturbo affettivo-cognitivo riscontrato in soggetti che soffrivano di una particolarità: non avevano parole per le emozioni, per dar nome ai propri stati affettivi.


Già nel 1963 Marty de M’Uzan e David avevano scoperto che alcuni pazienti manifestavano discorsi poveri, banali con «scarsa capacità immaginativa» e definirono questo come «pensèe opératoire» (Solano, 2001, Todarello, Porcelli, 1992). «Il loro adattamento alla realtà, talvolta soddisfacente, contribuì a confondere, giacché, come anche l’attività mentale, può essere essenzialmente pratico e non corrispondere a un effettivo investimento libidico. Questo tipo di pensiero si caratterizza allora per essere «razionale, scisso dal piano emotivo, che tende a illustrare azioni ed esperienze del soggetto senza investimenti affettivi, come se l’individuo fosse spettatore più che attore della propria esistenza» (Todarello, Porcelli, 1992). Risulta cioè esserci un’alterazione della capacità di rappresentazione in particolare di poter simbolizzare, “per cui le sensazioni somatiche associate a stati emotivi non vengono legate ad immagini e parole» (Taylor, Bagby, 2004). Così il sentire non messo in parole lascia dentro un groviglio di sensazioni senza senso: quando sento una strana sensazione dentro di me come un fastidio alla bocca dello stomaco e non so darle voce chiamandola per nome, tristezza o rabbia o delusione, non capirò mai perchè è nata e cosa l'ha fatta scaturire, né darle un significato, inquadrandola nella mia esistenza.


Le persone che soffrono di alessitimia sono incapaci “di contenere un affetto troppo forte, in eccesso, e quindi della possibilità di potervi pensare, quello che viene definito come “désaffectation“, ovvero un mancato riconoscimento dell’affetto e del dolore psichico che non ha parole per essere espresso, un affetto inaccessibile al conscio … che viene congelato e la rappresentazione verbale che lo connota polverizzata, come se non avesse mai avuto accesso al soggetto» (McDougall, 1989, p. 33).


Attualmente il costrutto di alessitimia, grazie alle numerose ricerche, ha avuto una grossa svolta, soprattutto con l’apporto del gruppo di Toronto (Taylor, Bagby, Parker, 1997). Grazie a loro è stata ampiamente approfondita la relazione tra alessitimia e gli aspetti emotivi (Taylor, Bagby, 2004). Oggi, infatti, più che di incapacità di espressione delle emozioni, si parla di «deficit di elaborazione cognitiva delle emozioni dovuto ad un arresto nello sviluppo delle funzioni di mentalizzazione» (Porcelli, 2004). Questo si comprende meglio se analizziamo la differenza dei termini emotions e feelings che opera la lingua inglese.


Il termine emotions” riguarda il fenomeno delle emozioni dal punto di vista biologico e innato e deputato alla sopravvivenza; il secondo “feelings” attiene ai sentimenti che sono invece fenomeni psicologici più complessi che concernono l’elaborazione cognitiva e quindi la capacità di saper comunicare le emozioni consapevolmente e attraverso il linguaggio, cioè la capacità di simbolizzare attraverso le immagini, i pensieri, le fantasie, ovvero di saperle rappresentare. Come afferma Damasio «le emozioni e le reazioni affini sono schierate sul versante del corpo, mentre i sentimenti si trovano su quello della mente» ma appartengono ad un unico processo che rimanda alla stessa sostanza di corpo e mente (Damasio, 1999).


Il costrutto di alessitimia è frequentemente in comorbilità con altri disturbi come quelli depressivi, ossessivo-compulsivi, reazioni post-traumatiche e disturbi dissociativi, in quanto tutti questi disturbi appartengono ad un’ulteriore categoria definita: “disturbi della regolazione affettiva” che concernono la capacità di attivare risposte affettive da un punto di vista biologico e psicologico sia rispetto a se stessi, sia rispetto agli altri (Caretti, LaBarbera, 2005) e intendendo così per regolazione affettiva la capacità dell'individuo di utilizzare gli affetti nella relazione con gli altri e coi propri stati emotivi.


Quando nel corso del suo sviluppo il bambino non riesce ad instaurare una soddisfacente regolazione affettiva, le ripercussioni sia sulla mente che sul corpo possono essere gravi In particolare può verificarsi una dissociazione tra due livelli: quello fisiologico e quello cognitivo-esperienziale. Le persone non riescono a riconoscere le proprie emozioni, e di conseguenza non riescono a comunicarle a livello verbale e così facendo non possono avvalersi degli altri quando ne hanno bisogno (per paura, o chiedere aiuto)...) o semplicemente per comuncare il proprio stato d'animo (gioia,tristezza...). Inoltre oggi possiamo affermare che chi soffre di alessitimia non ha solo una compromissione dell'espressione verbale delle emozioni, ma anche di quelle non verbali, in quanto non é in grado di manifestare segnali di sofferenza agli altri, non suscitando quindi simpatia o solidarietà (Pally 2009).


Se attraverso l’attaccamento non si è sviluppato quella “base sicura” indispensabile per il bambino, non si è neppure formato l’oggetto interno rassicurante, la madre, il genitore il care giver che lo accudisce e senza il quale rischia di andare in pezzi.


Infatti la mente è intrinsecamente relazionale e le funzioni del cervello vengono costruite e modellate nell'interazione, nel rapporto con gli altri, così che “i rapporti interpersonali facilitano o inibiscono la tendenza integrativa del cervello nei primi anni di vita danno un contributo fondamentale nel plasmare le strutture di base» (Cartacci, 2006). Se però questo non avviene i bambini hanno difficoltà ad acquisire quelle competenze che permettono di valutare il proprio mondo emotivo e a usarlo per inserirsi nel mondo sociale, così come a comprendere le emozioni degli altri e a empatizzare con loro (Taylor, Bagby, Parker, 1999).


Un altro importante aspetto da sottolineare è che tra le componenti scatenanti dell’alessitimia, il trauma, sembra essere un fattore predittivo: sia quello precoce, avvenuto in età infantile (Taylor, Bagby, 2004), sia quello avvenuto successivamente, nell’età adulta (catastrofi, guerre), (Sayar e altri, 2005). Peraltro però l’alessitimia non appare sempre essere il risultato di eventi traumatici, ma piuttosto di uno stile emotivo famigliare, di una modalità espressiva, tant'é che se un genitore si mostra emotivamente positivo nei confronti del figlio, questo può favorevolmente incidere e proteggerlo da un possibile sviluppo dell’alessitimia, anche se ha subito maltrattamenti o abusi dall’altro genitore (Kooiman e al., 2004). Infatti il bambino può superare la sofferenza del trauma se può condividere la sua paura con qualcuno, ma se rimane solo, troverà rifugio solo nella dissoziazione. Infatti sia la dissociazione che l’alessitimia sembrano essere processi necessari per sviare da stati affettivi negativi troppo opprimenti per i soggetti traumatizzati (Sayar, Kose, 2003). In qualche modo «i sintomi dissociativi possono attenuare le esperienze emotive angoscianti e riportare un certo equilibrio emotivo» (Briere, 2006).


Rispetto agli esordi, oggi non si pensa più che l’alessitimia sia strettamente legata solo ai disturbi somatici, ma che posssa estrinsecarsi anche attraverso comportamenti o “agiti” come la tossicodipendenza, i disturbi alimentari, le depressioni mascherate (Solano, 2001). In particolare la depressione è particolarmente correlata con l’alessitimia come molti studi hanno mostrato (Taylor, Bagby, 2004), in particolare può facilitare lo sviluppo di una dipendenza (intesa come tratto della personalità caratterizzata da continue indicazioni e approvazioni da parte degli altri, una percezione del proprio Sé come impotente e inefficace e il bisogno di continui supporti e rassicurazioni da parte degli altri.


La difficoltà per i pazienti alessitimici sta nel non riuscire a instaurare nessuna vera relazione, pertanto verranno aiutati in una terapia che riesca a far loro provare quelle emozioni sconosciute e a riuscirle a esprimerle a se stessi e agli altri. Saper percepire un'emozione e saperla manifestare è sicuramente segnale di sanità mentale ed é l'obiettivo della terapia.





BIBLIOGRAFIA


Caretti V., La Barbera D. (a cura di), Alessitimia, Astrolabio, 2005.

MARTY P., DE M’UZA M., DAVID C.1963, L’indagine psicosomatica, Boringhieri, Torino, 1971.

McDougall J.1989,Teatri del corpo.Un approccio psicoanalitico ai disturbi psicosomatici

Cortina, Milano, 1990.

PALLY R. 2000, Il rapporto mente-cervello, Fioriti G., Roma, 2003.

PORCELLI P. 2004,Updates sul costrutto di alexithymia, www.psychomedia.it, Settore Psicosomatica.

SOLANO L. 2001, Tra mente e corpo, Cortina, Milano.

TAYLOR G.J. BAGBY R.M., 2004, Le nuove tendenze nella ricerca sull’alessitimia, www.psychomedia.it.





Foto di Dott.ssa Elisabetta Cerruti Sola

L'articolo Quando le emozioni non parlano: l'alessitimia è stato scritto da Dott.ssa Elisabetta Cerruti Sola: Psicologo (Psicologa), Psicoterapeuta

Zone di ricevimento: Biella (BI), Vercelli (VC)

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