Tifo ultra' e l'archetipo dell'eroe

Uno scritto sulla violenza negli stadi. La possibilità attraverso un serio studio ed un successivo percorso applicativo, di uscire dai luoghi comuni, dalla passività e dal finto senso di impotenza. La moderna scienza psicologica è in grado di dare un cont

Autore: Dott. michele modenese - Psicologo, Psicoterapeuta

Risorse esterne

L'autore propone una prima disamina di carattere più clinico sulla personalità dell'ultrà estremo, presentando alcune caratteristiche comuni agli esempi proposti. Il bisogno eroico, le emozioni e il gruppo come macrovariabili  che favoriscono le reazioni più violente e sconsiderate. Successivamente si interroga rispetto al compito che la psicologia dello sport può concretamente svolgere rispetto al complesso tema delle violenze negli stadi e nel calcio in generale. Presenta poi tre brevi testimonianze dell'impatto emotivo e della diversa lettura prospettica che due giovani calciatori di una società sportiva del nord ed un ultrà estremo hanno dato della violenza omicida allo stadio di Catania.

 

Parole chiave:mito, ultrà,psicologia, calcio  

 

 

 

 

A chi si occupa di psicologia dello sport da anni, certo qualche volta è capitato di dare  la propria opinione , esprimere il  proprio pensiero, sulla violenza sportiva fuori e dentro gli stadi di calcio in particolare. A maggior ragione  sulla urgenza di una notizia di cronaca (nera) sportiva i media fibrillano  nel cercare di comprendere e di dare  una risposta, avvalendosi di un esperto, sul comportamento violento e a volte efferato dei tifosi.  Poi di solito tutto finisce lì , fino alla prossima volta.

Eppure basta un semplice esperimento che consiste nel digitare su Google “violenza negli stadi” per ritrovarsi una sequenza quasi infinita di link .

Il tema non sembra quindi sottovalutato, e andando a leggere  qualcuna di queste voci del web troviamo i più diversi punti di vista: a favore degli ultrà, a favore delle forze dell'ordine, critiche sulle società di calcio, critiche verso i giocatori, i giornalisti sportivi e così via. Numerose sono anche le pubblicazioni,  libri e  articoli di professionisti, e non si può quindi liquidare la faccenda pensando solo ad uno sfogo di “popolo” sull'onda emotiva.

Allora davanti a tutto questo scrivere, commentare e pubblicare fa nascere un bisogno a me,  psicologo dello sport di aprire una porticina e far entrare lo psicoterapeuta e guardare con la sua forte lente di ingrandimento alla  esperienza clinica, sapendo che non ci potranno essere regole generali e che il comportamento dei  pazienti in studio non è certo un campione rappresentativo per spiegare il fenomeno di una violenza in un contesto, quello sportivo, dove appare incongrua o appunto folle...Ma proprio il riflettere su quanto può essere comunicato ed osservato nella “tranquilla” e spesso lunga relazione tra un terapeuta ed il suo paziente può rappresentare un ulteriore piccolo e discreto modo di leggere il comportamento bizzarro, poco comprensibile e antisociale di coloro che scelgono o  trovano la dimensione della violenza, anche feroce, come il miglior compromesso tra se e se e tra se e il mondo.

 

Tre storie ci portano al confine tra psicologia dello sport e clinica

 

 

-Marco ha  24 anni è manutentore per gli impianti di distribuzione di una grande azienda di bevande. Vive in un paese di provincia, sta in famiglia, è stato lasciato da poco dalla ragazza, ragione per cui è diventato “depresso e ansioso”. Ha da poco acquistato un 'auto nuova un po' per necessità un po' per consolarsi... Sta volentieri con gli amici, fuma tabacco e qualche spinello ogni tanto; la domenica o il sabato abbonda con la birra soprattutto prima di andare allo stadio, dimenticavo di dire che Marco è un ultrà, “squadrone della morte”.

 

-Piero è un ragazzotto di 19 anni, alto e forte, con poca voglia di studiare. Lavora in fabbrica da un anno, prima faceva il buttadentro in un locale di un amico. Vive in famiglia,dove ci si vuol bene ma ognuno si fa gli affari suoi”. Gli piacciono i tatuaggi; i terroni e i neri gli fanno schifo perchè sono solo capaci di sfruttare gli altri e di piangersi addosso. Ha simpatie per i naziskin , e spesso arriva in seduta con scarponcini paramilitari ed una catena. Una volta mi fa anche vedere uno “spaccadenti” ed una corta mazza di legno con la testa piombata, che usava a volte per “rompere le gambe” ai napoletani, ma anche ai milanisti che “sono stronzi uguali”, perchè Piero è un ultrà atipico delle brigate giallo blù.

 

-Angelo è composto e freddo in studio, non sa che fare della sua vita. Ha 20 anni, ha appena finito il primo anno di università, ma non gli importa molto di cosa sta facendo e di cosa andrà a fare. Potrà lavorare in negozio con suo padre o da qualche altra parte, basta non ci sia da pensare troppo. Non legge niente oltre ai libri di scuola e i quotidiani, non ama la musica. Va a ballare qualche volta   e ascolta hause music bevendo alcool fino a stordirsi. Pastiglie però non ne ha mai prese, “non  mi sono mai calato niente” dice. Non per morale, ma perchè gli viene troppa paura e poi i suoi impazzirebbero. La sua passione la vive allo stadio, quando può va in trasferta e sfoga la sua rabbia urlando a squarciagola contro gli avversari e la polizia, “che se stai nel gruppo e non la tocchi puoi dire tutto quello che vuoi e non può farti nulla”. Angelo non è un ultrà organizzato, ma è conosciuto nell'ambiente e si aggrega per “spedizioni punitive” o per “distruggere un mondo fatto di m...” che in realtà è fatto di scompartimenti ferroviari , di cassonetti, automobili e...persone.

 

 Vivere  il Mito

 Un primo punto in comune tra i tre tifosi ultrà è il sentirsi qualcuno attraverso le azioni di violenza e sfogarsi di una rabbia e di una impotenza verso la loro realtà percepita. Anche se inconsapevolmente ed in modo paradosso, ognuno di loro  cerca di realizzare la propria idea di libertà e di arbitrio, la volontà di potenza. Il contrario è sentirsi schiavi di un sistema; e ogni schiavo manca di forza e di virilità, manca del mito dell'eroe . Allora per molti giovani che vivono una condizione di relativo benessere sociale, dove tutti i bisogni primari sono soddisfatti e dove non c'è alcun rischio reale di sopravvivenza sembra mancare la possibilità di compiere atti eroici e per l'appunto mitici. Nessuno gli ha potuto insegnare (o la coscienza di se non ha raggiunto tale soglia) come soddisfare ed alimentare i propri bisogni più “evoluti “ traendo nutrimento per l'anima , in una prospettiva di rispetto sociale e di creatività psichica e mi si passi il termine spirituale, intendendo una delle espressioni fondamentali dell'essere cosciente e non la fede religiosa. Lo sviluppo tecnologico ed economico non è infatti  sinonimo di crescita e di civiltà. Mancano rituali a cui attenersi e rassicurarsi, pochi valori spirituali\civili a cui riferirsi e di cui avere anche timore, come il timor di Dio di qualche generazione fa. Allora, se non ci sono più draghi da uccidere e principesse da liberare, non ci sono più battaglie da combattere e nemici che aggrediscono, niente più condottieri da seguire e terre da conquistare, come faccio a distinguermi a diventare l'eroe del mio tempo? Chi è l'eroe ai nostri tempi? Chi ha assunto su di se le vesti di novello Ercole che può salire sull'Olimpo vicino agli dei? Non è facile oggi trovare un esempio morale ed autorevole convincente, vero?

 

 

Le Emozioni

Un altro elemento che accomuna i tre giovani è l'anedonia. Non sanno realmente provare piacere delle cose che fanno e non traggono piacere dalla maggior parte delle loro esperienze. Pur non essendo dei depressi e presentando certamente differenze personologiche tra loro, spicca la grande difficoltà ad esprimere emozioni,  a lasciarsi andare anche ad un immaginario interno che evolve e “fantastica” senza il feroce contr'appello del dover compiere azioni concrete per essere qualcuno.  Bene scriveva U. Galimberti in un articolo su Repubblica qualche anno fa, parlando dell'ennesimo stupro del branco, quando chiamava quei ragazzi “analfabeti di emozioni”. Meno si è sensibili alle emozioni, meno vocabolario emotivo si ha, più  è la necessità di forti stimoli ed esperienze per “sentirsi” dentro. Poco importa che qualcuno debba essere usato o violato per questo. Il senso di colpa sarebbe già un segno di evoluzione della coscienza. In genere una ebetudine emotiva è quello con cui ci troviamo a che fare. Troppo pochi i colori sulla  tavolozza dell'essere da usare per rappresentare la propria realtà. Emozionarsi è creare un avversario da combattere, una battaglia da vincere, un trofeo da conquistare ma contro qualcun' altro, sempre.

Recentemente alcuni  colleghi croati, mi raccontavano che durante la feroce guerra con la Serbia non c'erano più casi di depressione da trattare, mentre le psicosi continuavano a presentarsi. Credo che ben poche cose possano dare forti emozioni come il vivere una guerra, anche non in prima linea. Ho ripensato alle emozioni di tanti italiani durante quei giorni  di guerra così vicina a noi. Non ho statistiche a mia disposizione ma forse qualcuno potrebbe dirci se in quel periodo gli atti di violenza negli stadi si fossero attenuati o fossero diventati meno frequenti.

 

 

Il Gruppo

Un terzo elemento  che lega le tre persone presentate è l'importanza dell'essere in un gruppo e di averne il riconoscimento. Senza il gruppo e la condivisione, sicuramente avremmo meno violenza esibita , meno potenzialità distruttiva ed un impatto sociale più basso (e meno notizie su giornali e  televisione).

Il diffondersi delle emozioni in un gruppo è più rapido e tende ad incrementare più velocemente (la risonanza emotiva di un rigore negato viene amplificata dal  condividerla in gruppo) chi ha passione per il calcio, sa la differenza emotiva tra guardare una partita da solo e guardarla in compagnia con altri. Nel gruppo è favorita la competitività per acquisire leadership e come spesso avviene nei perversi latenti, crea le condizioni “razionali” o ideologiche per il comportamento  deviante che viene così falsamente vissuto in modo normalizzato. Una delle domande più frequenti che si sentono fare dai giornalisti è se sia colpa del calcio in se il generare violenza o se i tifosi estremisti siano in realtà dei delinquenti . Il calcio è lo sport più popolare in Italia, ha grandi meriti e storia, ma anche le sue responsabilità. I tifosi estremisti spesso non sono neanche così appassionati di calcio, a volte guardano poco e male anche la partita, occupati a destabilizzare il “sistema” , ad andare contro qualcosa (non importa cosa) in una battaglia personale che li inebria , dissocia la loro coscienza e per momenti li fa sentire qualcuno o semplicemente sentire. Non ci sono mai migliaia di tifosi pronti alla lotta. Sono sempre pochi i più determinati e organizzati (il gruppo coeso), cui si affiancano di volta in volta altri , contagiati dall'atmosfera di eccitazione collettiva, quasi in una trance , ma con minor continuità e lucidità.    

 

Si può fare qualcosa?

Naturalmente vogliamo provare a fare qualcosa; la psicologia offre una chiave di lettura ed anche indicazioni. Certo da sola non basta, ma ognuno ha il dovere di portare il suo chicco di riso, o in altre parole di contribuire come può nel mondo in cui vive.

Per  quanto detto sopra non dobbiamo quindi troppo sorprenderci per le violenze che possono accompagnare le partite di calcio (non è qualcosa che riguarda solo le categorie più importanti come purtroppo la cronaca ci ricorda). Le competizioni sportive di squadra favoriscono l'emergere di emozioni che sembrano essere direttamente proporzionali al numero di spettatori presenti  rappresentanti le diverse tifoserie. Le ingiustizie in campo (vere o presunte)dell'arbitro o dei giocatori della squadra avversaria incrementano la reazione aggressiva e l'identificazione con la squadra. L'impotenza di fronte a palesi o credute tali ingiustizie durante la partita, incrementa  il desiderio di una risposta aggressiva su un oggetto esterno (cose e\o persone).  Una prima cosa da fare è rispondere ad una domanda: siamo veramente disposti a diminuire il coinvolgimento emotivo in una partita di calcio? Se la risposta è si naturalmente c'è un prezzo da pagare. Per esempio un seguito più eterogeneo ma meno fedele .

Non volendo attribuire le cause del malessere alla società attuale (anche se in parte è così, ma è troppo comodo ), e considerando limitante il pensare agli ultrà come persone disturbate che in ogni caso agirebbero con comportamenti antisociali (anche se in parte è vero) , rifletto su  cosa è possibile fare  per noi psicologi dello sport.

Tre sono gli ambiti principali di studio e di successiva messa a punto di interventi con cui credo si dovrebbe cominciare:

  • formazione ed educazione nelle scuole calcio (azione preventiva coinvolgendo tutte le figure)

  • diminuzione dell'enfasi emotiva su una partita presentata più come un duello che come un evento sportivo (lavoro sulla comunicazione)

  • analisi ed interventi per abbassare l'impatto emotivo prima dell'ingresso allo stadio e durante le partite (azione sul territorio).

  • Naturalmente itre ambiti richiedono uno studio accurato ed un confronto interdisciplinare, con verifiche in itinere. Alcuni effetti potrebbero vedersi in tempi brevi, altri innescano processi di cambiamento che potranno essere valutati dopo anni.

     

    Le testimonianze

     

    Vorrei concludere citando qualche passaggio sulla violenza vissuta nel calcio. Tra le tante testimonianze ne ho scelte tre; 

     due riflessioni fatte  da due ragazzi, due giovani calciatori, categoria esordienti (anno di nascita '94) dopo i tragici fatti di Catania che costarono la vita ad un ispettore di polizia. E uno di un ultrà che spiega le sue ragioni e il suo punto di vista sul calcio moderno.

     

     

    Prima testimonianza

    “Non è la prima volta che le cronache parlano di violenza negli stadi. Ma la morte di una persona è per me inaccettabile...ascolto la televisione e sento una infinità di commenti: mi sembrano i soliti discorsi che ho sentito da sempre e mi sembra che ci sia un errore alla base del ragionamento che ascolto...la maggior parte delle persone che amano il calcio non hanno niente a che fare con la delinquenza e detestano con tutto il cuore violenza, esagerazione, maleducazione e comportamenti sleali. I maggiori nemici dello sport, di qualsiasi sport e della convivenza tra le persone sono la violenza, il razzismo, la mancanza di rispetto e la mancanza di valori positivi...Questo è il mio fermo principio: rispetterà e verrà rispettato, sarà leale e riceverà lealtà. Voglio che l'ambiente che mi circonda sia sicuro non solo per me ma per tutti...Sono convinto che se ognuno di noi farà questo piccolo sforzo ci ritroveremo una società migliore dove gli onesti potranno godere dei propri diritti.

     

    Seconda testimonianza

    Durante la partita Catania-Palermo, è successo un fatto che ha sconvolto tutte le persone del nostro Paese con una conseguenza molto forte e mai sperimentata prima: il blocco dei campionati....L'accaduto non ha sconvolto solo il mondo del calcio televisivo e professionistico, ma il blocco è stato stabilito anche per le società minori... Tutti si chiedono cosa possa essere scattato nella mente di normali ragazzi che sarebbero dovuti andare a vedere una semplice partita ed è ancora difficile cercare di capire le motivazioni che li hanno spinti a questo comportamento. Questo può far riflettere che molte persone hanno una rabbia interiore che non sanno come scatenare; così lo stadio diventa un alibi;  partono già con l'intenzione di creare disordini. A casa mia si è discusso dell'episodio ed abbiamo ascoltato molti telegiornali e letto molti articoli che parlavano di questo fatto, perchè penso sia giusto sapere ciò che succede vicino a noi,  perchè è solo sapendolo che si può fare in modo che in futuro non accadano più cose del genere...

    (testimonianze tratte dalla rivista sociale “Sutrival” anno 26 n. 2-3 Marzo Aprile Maggio 2007)

     

    Terza Testimonianza, ( non citerò alcun riferimento personale per la corretta tutela della privacy,se lo riterrà opportuno lo potrà fare l'interessato stesso; io lo ringrazio per il suo contributo che spero di aver usato in modo utile)

     

Il fine ultimo di un ultratifoso è quello di sostenere la propria squadra del cuore dovunque e comunque. Questo non serve che a un accrescimento della propria autostima derivante da una presenza attiva e significativa in un territorio “ a rischio”. Ma come abbiamo capito il pericolo maggiore ormai non deriva più da un “uno-due” di qualche tifoso avversario bensì dalla legge. La violenza è sfogata quasi interamente contro le forze dell’ordine vittime innocenti della goliardia da una parte e di una militarizzazione esasperata voluta dall’alto. Si ritiene l’ultras colpevole di destabilizzare l’ordine pubblico e si stipendiano ad hoc pool di magistrati specializzati in materia. Per non parlare della suddetta militarizzazione che scomoda agenti nei giorni festivi con logiche di straordinario sulla busta paga.
Per non parlare ancora della strumentalizzazione delle notizie ad opera di certi mass media che nel momento in cui parlano di violenza tendono a fare di tutta l’erba un fascio senza prendere in minima considerazione l’idea che a volte il gesto di un singolo non per forza deve e vuole essere rappresentativo di migliaia di ragazzi e senza prendere in considerazione che alla violenza si può istigare anche usando commenti giornalistici e moviole in modo opportuno. ....... La Curva per molti a quanto pare rappresenta un luogo a parte. Un posto in cui tutti sono colpevoli di tutto. L’ultras è uno spaccato della società che vuole essere allontanato se non addirittura eliminato e chissà che un giorno la crociata indiscriminata che è stata tesa nei suoi confronti non si ritorca contro chi preferisce nascondere i mali del calcio moderno come il doping e la gestione fallimentare delle società calcistiche ( tanto per fare un paio di esempi ). La storia ci mostra che la repressione con le misure forti, da quasi quindici anni a questa parte, non ha risolto - in nessun caso - il problema della violenza negli stadi e se sono diminuiti gli scontri tra le tifoserie purtroppo sono aumentati vertiginosamente quelli con le guardie. Queste ultime si presentavano come il deterrente dal quale nasceva il nuovo inevitabile conflitto. Ogni anno il numero di agenti presenti allo stadio per una partita di pallone aumenta vertiginosamente e ciò a dimostrazione del fatto che il popolo delle curve non può essere considerato semplicemente una legittima aggregazione sociale bensì un gravoso problema di ordine pubblico da risolvere. Le nuove forme di controllo sociale sono qui a portata di mano anche se nessuno le ha chieste anzi se ne sarebbe fatto volentieri a meno.
Siamo la prima generazione di tifosi che assiste al decollo del calcio moderno, un calcio che se ne frega della passione o delle bandiere e che guarda al profitto come unico fine. Siamo i “tifosi\consumatori” che acquistano il calcio come fosse detersivo per i piatti. Quanto prima potremo comprare le partite al supermercato magari in quei settori vicino la cassa insieme alle gomme da masticare, i preservativi e le lamette per la barba. Calcio in tv a tutte le ore e tutti i giorni, basta pagare.. Ma se un giorno decidessimo di non pagare più?…

 

  Libri sull'argomento

·       Follie da stadio. La scioccante verità dietro la violenza negli stadi Brimson Dougie; Brimson Eddy ; Libreria dello Sport  

·       Quelli dello stadio... Primo rapporto sulla violenza nel calcio in Italia Serra Carlo; Pili Francesco ; Laurus Robuffo  

·       Ultimo stadio. Diario di due malati di calcioColabona Sergio; Maffucci Matteo ; Editori Riuniti  

·       Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcioMarchi Valerio ; DeriveApprodi

·        Ultrà: le sottoculture giovanili in Europa, Marchi Valerio, Koinè,

·        

Bibliografia

l  J. Campbell L’eroe dai mille volti,2007 Guanda

l  J. Campbell, Il potere del mito, 2004  Guanda

l  G. Jung, L'Uomo e i suoi Simboli, 2004 TEA

l  G. Jung, Gli Archetipi e l'Inconscio Collettivo,vol. 9\1 ,1997 Bollati Boringhieri

l  G. Jung, Coscienza Inconscio e Individuazione, 1985 Bollati Boringhieri

l  A. Salvini , Rito aggressivo. Dall'aggressività simbolica al comportamento violento: il caso degli ultras,1988, Giunti,

 

 

 

 

Propongo anche  un sito web dove è possibile ancora di più guardare a questo complesso fenomeno della violenza nel calcio e che è soprattutto rivolto ai giovani.  WWW.atuttascuola.it 

 

 

dott. Michele Modenese, psicologo dello sport, psicoterapeuta

 

Foto di Dott. michele modenese

L'articolo Tifo ultra' e l'archetipo dell'eroe è stato scritto da Dott. michele modenese: Psicologo, Psicoterapeuta

Zone di ricevimento: Verona (VR)

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