Ansia e autolesionismo

Il termine autolesionismo si riferisce a un comportamento deliberato, non pericoloso per la vita, mirato a provocarsi ferite anche gravi o infliggersi dolore. Incluso nel DSMIV TR (2000) tra i disturbi del controllo degli impulsi non altrimenti specificato è definito come Sindrome da autoferimento intenzionale e la sua aumentata incidenza nelle giovani adolescenti sta suscitando un crescente interesse in tutta la comunità scientifica.

L’autolesionismo è un comportamento patologico sempre più frequente nei giovani. Secondo una recente ricerca la sua incidenza nei soggetti compresi tra i 15 e i 35 è di 1800 casi su 100 mila. In base alla quantità di tessuto corporeo danneggiato e alla frequenza dell’azione lesiva si possono distinguere tre sottocategorie di manifestazioni autolesive:

  1. La prima, più rara e quasi esclusiva della popolazione maschile è l’automutilazione maggiore e comprende azioni gravi e drastiche (amputazioni degli arti, enucleazione dei bulbi oculari, autocastrazione..). L’esito è nella maggior parte delle volte un danno fisico permanente. Tali comportamenti estremi sono per lo più conseguenze di stati psicotici o intossicazioni acute.
  2. L’autolesionismo stereotipato è legato a psicosi o a disturbi cerebrali organici come il ritardo mentale, l’autismo e la Sindrome di Tourette in individui istituzionalizzati. È caratterizzato da atti stereotipati, automatismi come mordersi grattarsi, sbattere la testa contro il muro. Si ritiene che alcune di queste azioni vengano compiute come tentativo di indurre stimolazioni o al contrario di ridurle attraverso l’intontimento.
  3. La terza manifestazione è la forma più comune e viene definita autolesionismo superficiale moderato. Caratterizzato dalla minore gravità delle condotte comprende azioni tipiche come: bruciarsi, bucarsi, bucarsi con piercing, pizzicarsi, graffiarsi, strapparsi i capelli, stuzzicarsi vecchie ferite in stato di cicatrizzazione, procurarsi con cautela tagli controllati in varie parti del corpo. In particolare, coloro che prediligono la pratica del tagliarsi e la attuano costantemente sono denominati Cutters (tagliatori).

Bennun (1984) nota che ansia e frustrazione sono esperienze comuni che precedono il comportamento autolesivo. Sembra che in questi soggetti sia presente una incapacità ad elaborare emotivamente uno stato di tensione dovuto a una perdita, un lutto, un emozione forte, un senso di vuoto o di abbandono reale o percepito. Questa elaborazione comporterebbe tempo, fatica ed una grossa sofferenza psichica, insopportabile per l’autolesionista che preferisce incanalare sull’azione la tensione accumulata. Il dolore muta. L’atto auto lesivo verrebbe quindi a sviluppare una forma sedativa rispetto agli elevati livelli di ansia e tensione. È un modo disfunzionale per cercare di interrompere il flusso di pensieri spiacevoli ed emozioni negative e per contenere il dolore che non si riesce a gestire.

Il comportamento autolesivo è solitamente associato a disturbi della personalità (borderline) e a quelli del comportamento alimentare e da dipendenza da sostanze. Un efficace trattamento terapeutico dovrebbe mirare ad aiutare la persona a migliorare la propria capacità di regolazione delle emozioni e trovare modalità di comunicazione e strategie più funzionali per la gestione del dolore.

Bibliografia:
Drappo, L., Casonato, M. Autolesionismo. Edizioni Quattroventi Srl, Urbino, 2005

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