Secondo la definizione più esatta, è la natura dell’evento a essere traumatica. Questo, a volte, porta ad una mancanza di chiarezza con i clinici, che, ispirandosi a modelli obsoleti sullo stress psicologico, utilizzano la parola “trauma” per descrivere le reazioni a un evento. All’inizio, gli autori del DSMIII pensavano che gli eventi considerati traumatici fossero quelli al di fuori dell’abituale esperienza umana che sarebbero evidentemente stressanti per quasi tutte le persone. Per esempio una reale minaccia alla vita o all’incolumità fisica del paziente, una reale minaccia o danno ai figli, al coniuge o ad altri parenti stretti o amici, distruzione improvvisa della casa o della comunità, vedere un’altra persona ferita o uccisa in un incidente o in una aggressione”.
Il DSMIV ha chiarito ulteriormente il Criterio A richiedendo le seguenti due caratteristiche:
- la persona ha vissuto, assistito o si è confrontata con uno o più eventi che hanno implicato morte, rischio di morte, gravi lesioni o una minaccia all’integrità fisica propria o altrui;
- la risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore.
Mentre alcuni eventi soddisfano nettamente il criterio A: terremoti uragani esplosioni e così via, altri quali la morte di un parente sono molto ambigui. E’ la morte per tumore, ad esempio, al di fuori dell’abituale esperienza umana?
Per tali ragioni è stato accettato che, nonostante la descrizione di un evento che soddisfi il Criterio A sia spesso utile, non è sufficiente. E’ necessario tener conto delle diverse modalità individuali di interpretare gli eventi. Il criterio A contiene anche un elemento soggettivo: lo stesso evento potrebbe non essere traumatico per tutti; e il DSMIV prende in considerazione sia gli aspetti oggettivi sia quelli soggettivi.
Il DSMIV, inoltre, colloca il DPST tra i disturbi d’ansia, dai quali si distingue per la presenza di un chiaro evento eziologico. In queste descrizioni, le definizioni riconoscono che, se lo stress è sufficientemente importante, quasi tutte le persone sviluppano un DPTS, che viene quindi considerato, come una normale risposta a un evento abnorme.
Rachman (1980) in un saggio su “Le elaborazioni emozionali”, pubblicato quando il DPST stava per essere classificato sosteneva che, quando gli individui vengono minacciati, possono reagire con emozioni molto intense; queste rappresentano meccanismi naturali e fortemente strutturati. Normalmente i soggetti possono trascorrere qualche brutta nottata o pensare intensamente cosa è accaduto loro, ma, di solito, l’ansia e l’angoscia svaniscono quando si rendono conto che la minaccia non esiste più. Invece, se la minaccia è stata molto imponente e le reazioni iniziali eccessive, i traumatizzati vanno incontro ad altri problemi. Spesso iniziano a evitare situazioni potenzialmente pericolose tenendosi lontani a stimoli temuti, per sottrarsi a ulteriori danni; in altre parole non avviene il normale adattamento all’ansia. Questo interferisce con la normale elaborazione emozionale delle reazioni agli eventi stressanti. Rachman (1980) ha analizzato le caratteristiche delle persone, delle situazioni e dei trattamenti che possono favorire od ostacolare l’elaborazione emozionale. Egli sosteneva che i sintomi di ciò che sarebbe stato chiamato DPTS rappresentano dei segni di incompletezza dell’elaborazione emozionale. I disturbi del sonno, l’astenia e l’aumento arousal sono fattori che si oppongono a un’elaborazione emozionale soddisfacente. Facendo riferimento alla letteratura sulla terapia comportamentale , è possibile formulare previsioni più precise in merito alle caratteristiche degli stimoli nelle situazioni stressanti, che sembrano rendere difficile l’elaborazione emozionale. Queste includono il carattere improvviso dell’evento e l’intensità, essendo evidente la relazione esposizione-effetto tra la misura oggettiva della gravità dell’evento traumatico e il disagio conseguente. Altre caratteristiche importanti sono la pericolosità dell’evento e il giudizio soggettivo sull’evento, visto come incontrollabile e imprevedibile.
Sembra dimostrato che i soggetti che reagiscono in modo più forte all’evento traumatico iniziale sviluppano successivamente forme più gravi e durature del disturbo. Uno dei primi studi sistematici sui disastri causati dall’uomo è stato quello sul crollo di una diga a Buffalo Creek. Quattordici anni dopo, Green e coll. (1990) hanno scoperto che il 20% dei superstiti adulti soddisfacevano ancora i criteri per il DPTS, indicando un decorso del disturbo per una minoranza rilevante dei soggetti.
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