Depressione post-parto e infanticidio

Sono una psicologa. E sono una mamma.

Ogni volta che la cronaca racconta il fatto terribile di una mamma che uccide il proprio figlio non posso fare a meno di sentire un pugno nello stomaco. Lo sentiamo tutti, perché il legame madre-figlio, soprattutto per noi Italiani, è sacro, indissolubile. È basato sull’amore incondizionato. Di più, è un istinto, l’istinto materno, che è innato. Quindi pensiamo che sia innaturale non amare i propri figli e, addirittura, far loro del male.

Quando mi occupavo di sostegno psicologico nei corsi pre-parto, accadeva spesso che le mamme mi chiedessero come fosse possibile che accadessero fatti simili, se anche loro erano “a rischio”, se era possibile “impazzire” all’improvviso. Queste domande erano dovute anche al fatto che i media ci propongono sempre interviste a parenti, conoscenti o vicini di casa che affermano che la presunta assassina “era una persona normale, tranquilla”, che “non se lo aspettavano, nessuno si è mai accorto che stesse male”.

Cominciamo col fare un po’ di chiarezza.

Dopo il parto la neomamma deve affrontare un adattamento fisico e psicologico alla nuova situazione. La stanchezza è il sintomo riportato più frequentemente dalle mamme, dovuto a carenza di sonno e fatica nel prendersi cura del bambino. Altri problemi frequenti sono il mal di schiena, problemi sessuali, disturbi intestinali, incontinenza urinaria, dolore perineale, mal di testa, mastite e problemi legati all’allattamento. In genere, la gravità di questi disturbi si riduce progressivamente nei primi mesi dopo il parto, ma circa un quarto delle donne dopo sei mesi non si è ancora ristabilita del tutto. Questi problemi fisici sono spesso sottostimati dal personale sanitario e da chi vive vicino alla neomamma, facendola sentire inadeguata. Facciamo un esempio. Alle donne in gravidanza viene detto che dopo quaranta giorni dal parto è possibile ricominciare ad avere rapporti sessuali. È vero che “è possibile”, ma andrebbe detto anche che è “poco probabile”. Non sempre i dolori nella zona genitale, specie se è stata praticata l’episiotomia, sono completamente assenti dopo questo periodo di tempo. Ma soprattutto non è facile trovare il tempo, il desiderio e l’energia necessari ad un’attività sessuale con un bambino che deve essere accudito ed allattato ogni due ore e mezza, una casa da mandare avanti e senza aver dormito a sufficienza negli ultimi due mesi.

Le reazioni emotive al parto possono essere anche molto intense. Un disagio frequente, probabilmente dovuto ai cambiamenti ormonali, è costituito dalle maternity blues, una forma depressiva lieve caratterizzata da tristezza, ansia, fluttuazioni dell’umore, irritabilità, stanchezza, aumentata sensibilità e tendenza al pianto. Le mamme possono sentirsi sopraffatte dalle proprie emozioni, poco coinvolte nei confronti del bambino, eccessivamente preoccupate per il suo benessere e incapaci di accudirlo in modo adeguato. Questo problema è diffusissimo, colpisce fino all’80% delle neomamme. In genere si risolve entro poche settimane, ma può indurre nella donna pensieri negativi su se stessa, la propria capacità genitoriale, il proprio rapporto con il bambino, che possono evolversi in un disturbo più grave, la depressione post-parto. Questa colpisce il 10-15% delle puerpere e può durare anche anni. È caratterizzata da un persistente umore depresso, sentimenti di inadeguatezza, fallimento, impotenza, confusione, ansia. Dal punto di vista comportamentale, si verifica un ritiro sociale, una mancanza di interesse per attività prima gradite, scarsa cura personale, problemi dell’alimentazione e del sonno, diminuzione dell’energia e della motivazione ad intraprendere qualsiasi attività. Nei confronti del bambino, la mamma depressa può apparire distaccata, oppure eccessivamente intrusiva e poco rispettosa dei suoi ritmi, o ancora ossessivamente preoccupata per il neonato, la sua alimentazione e la sua salute.

Ci sono donne più “predisposte” a sviluppare una depressione post-parto, nel senso che esistono fattori che rendono più probabile l’insorgenza del disturbo: la presenza di problemi psichiatrici pregressi o disturbi psicologici durante la gravidanza, scarsa autostima, donne sole o con difficili relazioni di coppia, assenza di supporto sociale, basso livello socioeconomico.

Spesso capita che le mamme in difficoltà non chiedano aiuto, perché si vergognano. Oppure capita di incontrare delle mamme “perfettine”: a due mesi dal parto sono magre come prima, serene e sorridenti, il bambino è bravissimo, mangia, dorme e non disturba, la casa è pulita, il marito felice e stanno già programmando il rientro al lavoro. È molto probabile che stiano mentendo, a voi o a loro stesse, negando i sentimenti negativi e i disagi che un cambiamento così importante comporta. Intendiamoci, la nascita di un bambino è sicuramente un evento gioioso, soprattutto se atteso e desiderato, che porta amore e felicità in una casa, ma è inevitabile sentirsi in alcuni momenti stanche, insicure, preoccupate, sole. È l’effetto “bebè-Chicco”: nella nostra società l’arrivo di un bambino non può non essere un evento meraviglioso, una mamma deve essere felice, non ha diritto di avere dei problemi o di essere depressa. Nell’immaginario comune alla nascita corrisponde un periodo idilliaco, nel quale la mamma sa istintivamente cosa è meglio fare e gli unici sentimenti ammessi sono felicità e appagamento. Non si accetta tutto ciò che costituisce delusione, ambivalenza, frustrazione. La mamma è la prima che pensa di non aver diritto di avere sentimenti negativi, se ne vergogna e si isola ancora di più, invece di chiedere aiuto o confrontarsi con altre mamme che hanno avuto gli stessi problemi.

Per questi motivi spesso chi conosceva la mamma assassina afferma di non essersi accorto che stesse male. La mamma in questione, però, non è impazzita improvvisamente, non ha avuto un “raptus di follia”, ma è molto più probabile che soffrisse di depressione da tempo. I segnali di un disagio probabilmente c’erano, ma sono stati ignorati dalle persone più vicine, che non hanno saputo o voluto vederli. Per questo motivo, nei corsi pre-parto da me tenuti affrontavo il tema della depressione negli incontri in cui erano presenti anche i futuri papà, perché sapessero quali emozioni potevano vivere le loro compagne, cosa potevano fare per aiutarle e, nei casi più gravi, dove poter trovare un aiuto professionale.

Sono una mamma. Quando è nato mio figlio sono stata letteralmente sopraffatta dalle emozioni, positive e negative. Il bambino piangeva ed io mi sentivo inadeguata. Il bambino di notte non dormiva ed io diventavo nervosa, irritabile. Allattare era faticoso e tenere in braccio il bambino tante ore mi ha provocato un mal di schiena molto forte. Lo amavo più di qualsiasi altra cosa al mondo, ogni suo sguardo o sorriso mi rendeva felicissima, ma a volte avevo l’impressione di aver perso tutto per avere lui. Allo specchio non mi riconoscevo più, non avevo più un minuto per le mie esigenze, il lavoro era inevitabilmente fermo e l’intimità con mio marito un miraggio lontano. Ho avuto le maternity blues, scoppi di pianto immotivato e la sensazione di essere di fronte ad un compito troppo difficile per me. Sono una psicologa e sapevo che tutto questo sarebbe potuto accadere, ma questo non lo ha reso più facile. Per fortuna si è risolto tutto in breve tempo, essere mamma è diventato ogni giorno più facile, naturale e fonte di gioia. Spesso ho pensato che se era stato così difficile per me affrontare quel periodo, doveva essere facilissimo per altre mamme, meno preparate ed informate o con minor sostegno familiare, scivolare nella depressione.

A queste mamme si dovrebbe dire che non c’è niente di strano ad avere pensieri negativi sulla maternità, che sono più frequenti di quanto pensino, che non devono nasconderli perché se ne vergognano, ma è necessario chiedere aiuto prima di arrivare a compiere gesti terribili per se stesse e i propri bambini.

BIBLIOGRAFIA

  • Scopesi A., Viterbori P.  -  “Psicologia della maternità” – Carocci Editore, 2003.
  • Righetti P.L., Casadei D.  – “Sostegno psicologico in gravidanza” – Edizioni Scientifiche Ma.Gi., 2005.

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