L’emozione della gioia

Introduzione: il tempo della gioia

Leggendo il libro di Eugenio Borgna “Le emozioni ferite” sono rimasta molto colpita dall’analisi che l’autore fa della forma emozionale che lui stesso definisce di “grande significazione umana e psicologica” che è la gioia.

Bornia afferma che la gioia è una struttura fondamentale della vita, ma deve essere distinta dalla felicità, anche se è un’emozione debole e talora impalpabile.

La gioia vive nel presente, mentre la felicità vive anche nel passato e soprattutto nel futuro.

La gioia è un momento senza vincoli e senza tempo, è immediata; non la si può trattenere ma neanche perdere.

Nell’esperienza soggettiva del tempo che si ha nella gioia, si vive nell’istante e si trasforma la relazione  abituale con il passato e con il futuro. Il passato non è più vissuto come qualcosa che opprime l’idea che si ha della vita, ma come un qualcosa che accompagni e rassicuri la vita. Il futuro, a sua volta, non è più vissuto come destino che angosci l’esperienza che si ha della vita, ma come un orizzonte di possibilità infinite senza pericoli.

Ancora Borgna afferma che la coscienza soggettiva del tempo, la valutazione che c’è in noi del tempo dipendono dalla nostra condizione emozionale. Ad esempio il tempo si inaridisce, rallenta in ogni stato d’animo divorato dalla noia: i minuti avanzano con immensa lentezza.

Il tempo non ha mai fine nemmeno nelle condizioni emozionali di angoscia, di disperazione, quando le ore e i giorni non passano più, pietrificati nella loro immobilità. Le cose sono completamente diverse nella percezione del tempo quando viviamo esperienze di vita riempite di realizzazione, di soddisfazione, di serenità e anche di gioia. In questi casi il tempo scorre velocissimo, diventa inafferrabile e inarrestabile.

Dunque, nella gioia il tempo scorre così rapidamente, nei vortici di un presente isolato e staccato dal passato e dal futuro che in essa paradossalmente non si fa nemmeno attenzione al tempo: si dimentica il tempo, vivendo in una condizione di assenza del tempo.

Nell’esperienza emozionale della gioia, il futuro viene dimenticato, non si ha nemmeno bisogno di aspirare a qualcosa, o di avere nostalgia di qualcosa e questo perché ogni appagamento esistenziale si realizza nel qui e ora di un presente immobile.

La gioia è anche un’emozione che rinasce in noi solo quando il nostro cuore si sottrae agli avvenimenti di ogni giorno: aprendosi agli orizzonti di una speranza che incominci ad esprimersi ora e non già solo nel futuro.

E’ un’emozione desiderata e splendente se proviene dagli abissi della nostra interiorità.

La gioia è friabile ed effimera, è leggera e ci fa riflettere senza fine sul mistero della condizione umana, che è caratterizzata dalla fragilità estenuata e nondimeno resistente anche nelle situazioni della vita più difficili e più insostenibili, alla distruttività e alla violenza inumana.

La gioia, pertanto, è un’emozione così impalpabile e fuggitiva che non è facile trattenerla e a volte non è nemmeno possibile contemplarla.

Non solo negli uomini dalla profonda tristezza, ma anche negli uomini nei quali la tristezza è un’emozione fragile, la gioia non ha il tempo di nascere.

La gioia ferita nell’ esperienza psicotica e nella tossicomania

Borgna, nel procedere con l’analisi della gioia si sofferma sulla descrizione della gioia nelle esperienze psicotiche e nella tossicomania.

Afferma, infatti, che la psichiatria non può non conoscere alcune forme discordanti di una gioia ferita, non più intessuta delle accensioni talora estatiche e immerse in un’infinita trascendenza che la contraddistinguono normalmente, ma solcata dalla vertigine di un’esperienza emozionale che riempie di sé i modi di essere e i modi di vivere delle esperienze vissute nella tossicomania e nella mania.

Nella metamorfosi maniacale dello stato d’animo si manifesta la presenza e la rapida escalation della gioia che può svolgersi in un sua autonoma evoluzione clinica, o alternarsi con l’esperienza depressiva o schizofrenica.

La fenomenologia della gioia con i suoi modi di manifestarsi, cambia così anche nel corso delle esperienze psicopatologiche.

Nell’esperienza maniacale di vita cambia il modo di vivere il tempo e lo spazio che sono le due componenti essenziali di ogni grande emozione: della gioia, della tristezza, dell’angoscia, della nostalgia e della disperazione.

Nella tossicomania, si vive in un mondo sigillato dall’arrestarsi del tempo vissuto e dal vivere con la disperazione, ma anche dal riemergere, ogni volta folgorante, di una condizione estatica di ebbrezza caratterizzata dalla gioia panica che cresce e si accompagna ad una distorta esperienza del tempo: bruciata nel presente e sottratta al passato e al futuro.

Il franare nella tonalità emotiva della gioia ferita e lacerata, e la fascinazione inarrestabile che ad essa si accompagna, annullano ogni libertà e ogni realizzazione personale. Non si è più liberi di sottrarsi a questo stato d’animo che cambia radicalmente il modo di vivere nel mondo e con gli altri che diventa un modo di sentire dal quale dileguano il dolore e la sofferenza, la riflessione e la nostalgia. Non sopravvive, dunque, se non una crudele deformazione della gioia come esperienza interiore che ci eleva al di sopra della nostra solitudine e che nella tossicomania si trasforma in un’esperienza che è al di fuori della patria dell’amore.

In ogni tossicomania, dunque, non si ha più bisogno dell’altro e ne consegue che la forma dialogica dell’esistenza si trasforma e si inaridisce e gli orizzonti aperti e luminosi della gioia sono a mano a mano sostituiti da desertiche solitudini nelle quali ogni tentativo di entrare in comunicazione e in relazione con l’altro si fa cenere.

La gioia nella pratica clinica

Borgna, infine, dà un senso alle riflessioni che fa sulla gioia, riportando il discorso nell’area della psichiatria, pensando alla gioia che nasce nei luoghi perduti della follia.

Le tracce trascoloranti e trasfiguratrici della gioia si colgono nei volti, negli occhi, negli sguardi, nel sorriso e nel pianto dei pazienti che escono dalle notti oscure della depressione e che si ritrovano improvvisamente a riconoscere le luci e le ombre dei paesaggi e delle persone.

Sono tracce di una gioia che cambia radicalmente i modi di essere della vita interiore, della vita emozionale, della vita dell’anima e che si dovrebbe imparare a conoscere e decifrare nei loro significati.

Ma anche in alcuni pazienti sfiorati o sommersi dall’esperienza schizofrenica, si coglie a volte, quando la malattia si sta spegnendo, l’ombra di un sentimento di gioia che li distacca e li allontana dalle sofferenze e dal dolore.

Borgna aggiunge, inoltre, che della gioia si parla poco nell’area delle emozioni e che ricostruire la figura semantica e psicopatologica della gioia non può non essere utile alla conoscenza di sé, delle emozioni che proviamo noi e che provano gli altri.

Riflettere sulle fragili figure della gioia induce a ricordare le relazioni fra le emozioni e il tempo vissuto, fra la gioia e il tempo e questo consente di distinguere meglio l’essenza della gioia da quella della felicità e anche quella della letizia che non vive e non si consuma nel presente come la gioia.

La gioia si ammala, forse, perché più fragile e più friabile, più eterea e lunare.

In ogni caso, quando in un paziente divorato dall’angoscia o dalla depressione rinasce qualche scintilla di gioia, non si può non sentirsi chiamati a non disperare, ad intravedere, al di là di ogni sofferenza, l’alba della speranza.

Ad ognuno di noi è dato il compito di ricercare le orme della gioia nei volti e negli occhi, nel sorriso e negli sguardi di chiunque si incontri con noi evitando di spegnerla con il nostro silenzio e con la nostra disattenzione.

Conclusioni

Trovo molto interessante l’analisi fenomenologica dell’esperienza emozionale della gioia che fa Borgna servendosi anche della letteratura, attraverso le poesie e le lettere di Rainer Maria Rilke che illustrano molto bene la distinzione tra gioia e felicità:

Ora vorrei che non ti mordesse

troppo a lungo il tuo fanciullesco errore;

che tu, sciolto in un’onda di mestizia,

e trascinato, per metà cosciente,

nel moto intorno alle lontane stelle,

incontrassi la gioia che lontano da qui

trasferisti nel cuore della morte sognata.

Com’eri a lei vicino, qui, tu caro.

Com’era a casa, qui, quella che tu cercavi,

la gioia austera del tuo arduo anèlito.

Quando, deluso da felicità e disgrazia,

t’affondavi in te stesso ed a fatica

ne emergevi, quasi crollando vinto

sotto il peso del tuo reperto oscuro:

la portavi, pur senza riconoscerla, la gioia,

il corpo del tuo piccolo Salvatore,

nel giro del tuo sangue lo portavi e più oltre.

E ancora:

Perché non aspettasti l’istante quando il peso,

fattosi insopportabile, d’un tratto cambia senso

e pesa tanto solo perché autentico;

e forse questo istante era imminente;

s’accomodava in capo la corona alla tua porta,

quando tu con violenza la chiudesti.

( tratto da “Requiem per il conte Wolf Kalckreuth”, un giovane poeta suicidatosi a diciannove anni)

La felicità e la disgrazia deludono, e sono esperienze labili e inconsistenti, mentre la gioia non delude e il giovane poeta non ha saputo riconoscere la gioia che era in lui, ribaltando la gioia del vivere nella gioia sognata del morire.

In un’altra lettera Rilke sottolinea l’immediatezza e la temporalità della gioia, la sua pura crescita dal nulla e le sue radicali differenze dalla felicità:

la gioia è indicibilmente di più della felicità; la felicità irrompe sugli uomini, la felicità è destino; la gioia gli uomini la fanno fiorire dentro di sé, la gioia è semplicemente una buona stagione sopra il cuore; la gioia è la cosa massima che gli uomini abbiano in loro potere”.

Sempre in un’altra lettera:

La felicità ha il suo contrario nell’infelicità, la gioia non ha contrario, per questo è il più puro dei sentimenti, la pietra di paragone dell’animo. Saper gioire, com’è immensamente diverso dall’essere felici, com’è irrevocabile, sottratto ad ogni pericolo e addirittura all’invidia degli dei. Com’è inivindiabile! Ed è una dimostrazione perché qui avviene la vera prova di forza; qui, nella gioia, si mostra il vero stato, la vera portata del cuore”.

La gioia come immagine del cuore, e il cuore come l’immagine della gioia: l’una e l’altro così fragili.

Leggendo le parole di Borgna, mi sono resa conto di quanto sia raro trovare libri sulla felicità distinta dalla gioia e di quanto anch’io avessi sempre pensato che la gioia e la felicità fossero emozioni indistinte.

Bibliografia:
Borgna E. Le emozioni ferite Feltrinelli, Milano, 2009
Rilke R. M. La passione nel matrimonio Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001

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