L’esperienza maniacale nella depressione maggiore

Introduzione

Le depressioni endogene si suddividono in depressioni unipolari e in depressioni bipolari.

Le depressioni unipolari sono caratterizzate da episodi depressivi che si succedono a distanza variabile di tempo o si esauriscono in breve tempo, mentre le depressioni bipolari si manifestano con episodi depressivi e maniacali che si alternano nel corso del tempo.

In questo articolo mi soffermerò ad analizzare l’esperienza maniacale della depressione bipolare nei suoi aspetti psicopatologici e fenomenologici.

L’esistenza maniacale

Nella depressione maggiore bipolare all’angoscia e alla pesantezza della malinconia si contrappongono le leggerezza e la volubilità della mania che è apparentemente segnata dalla felicità e dalla grazia. Infatti, la fenomenologia clinica della mania è caratterizzata da uno stato d’animo divorato dalla gioia panica nella quale le articolazioni strutturali del pensiero, i modi di essere nel mondo, nel tempo e nello spazio si trasformano. Il flusso della vita che nella malinconia rallenta fino ad arrestarsi, si slancia nella mania nella quale la disinibizione e la spinta al movimento si costituiscono come strutture portanti.

Nella mania non si ha la coscienza di malattia e questo non consente di articolare un contatto significativo con un paziente che vive un’esperienza maniacale. La spinta all’attività e all’azione comporta il presentarsi di un’insonnia terribile che però non è vissuta come disturbo ma come condizione felice e inebriante. Dunque, nella malinconia non si può dormire, mentre nella mania non si ha bisogno di dormire.

Nella fase maniacale, la persona si sente in uno stato di grande benessere in cui ogni difficoltà è superabile. Sulla scia dell’euforia il paziente progetta diversi piani di lavoro che poi tralascia improvvisamente non perché trova degli ostacoli nel realizzarli, ma perché distratto da altre cose. La cosa più importante per il paziente che si trova nella fase maniacale, non è    l’azione indirizzata ad un obiettivo, ma solo il fatto di essere in attività, di fare qualcosa.

Le articolazioni del pensiero perdono la loro continuità e la loro aggregazione interna fino ad arrivare alla cosiddetta “fuga dalle idee”. Nel pensare e nel parlare la persona è travolta dalla valanga di impressioni e sensazioni che egli coglie nell’ambiente e lasciandosi trascinare e distrarre continuamente da intuizioni disordinate e mutevoli non può non perdere il filo del discorso.

Quando l’esperienza maniacale si spegne e si inaridisce, alcuni pazienti la ricordano come un’esperienza positiva, altri, invece, come un’esperienza negativa e non autentica essendo estranea alla loro personalità.

La relazione terapeutica nel mondo maniacale

Nell’incontro con i pazienti sommersi dalla mania si ha inizialmente l’idea che il contatto interpersonale non sia difficile, ossia non si fa fatica ad entrare in relazione con loro, rispondono volentieri e rapidamente, chiedono notizie di noi, lodano la nostra gentilezza e la nostra intelligenza, il nostro modo di comportarci. Questa comunicazione accelerata è solo apparente, rimane in superficie fino ad inaridirsi e frantumarsi davanti agli ostacoli anche insignificanti. Ciò che aggrava improvvisamente ogni comunicazione con i pazienti maniacali è il fatto che ad essi manca la serietà della vita che consente di fondare ogni autentico incontro interpersonale. La serietà della vita di trasforma, dunque, in gioco, i pazienti prendono tutto alla leggera, non vedono resistenze e difficoltà se non quelle che sono sicuri di poter superare giocando.

Nel mondo maniacale ogni comunicazione sembra urtarsi con l’impossibilità alla relazione e alla reciprocità degli sguardi e dei gesti. Nella mania si vive in un mondo altro dal nostro caratterizzato dall’estraneità e da una solitudine profonde e agghiaccianti. Le cose perdono ogni pesantezza e gravità e si fanno volatili e fuggevoli, immerse in una vita ascendente con i suoi splendori e con le sue cadute spaventose.

Nella relazione interpersonale i pazienti maniacali non conoscono confini, in ogni persona che incontrano, anche se completamente estranea, essi riconoscono una persona amica e tutto è a loro disposizione. Inoltre, quello che colpisce in questi pazienti è il loro essere perennemente in movimento che impedisce loro soste e li costringe a fare sempre qualcosa di nuovo e di diverso. Nel loro mondo non ci sono barriere, né interne né esterne e non ci sono ostacoli di fronte ai quali possono arrestarsi e quando gli ostacoli sono alimentati dall’ambiente circostante i pazienti diventano eccitati, aggressivi e a volte violenti. Al contrario, se essi si sentono capiti nel loro modo di essere nel mondo, le cose cambiano e si attenuano in particolare questa contrapposizione agli altri da sé e l’aggressività.

Il linguaggio della mania si esprime in una fabulazione senza significato perdendosi in vortici volubili che testimoniano il fatto che il pensiero non so costituisce in unità logiche e rigorose di significato. Le parole non sono ordinate e aggregate secondo il loro significato, ma secondo il loro suono e a volte il discorso segue uno stile cosiddetto “telegrafico” nel senso che scompare il verbo e le parole si affollano.

Come dice Binswanger, nella mania il fluire delle idee si frantuma e l’essenza del modo di pensare maniacale sta nel fenomeno del “saltare” che è una metafora della fuga delle idee.

Borgna sostiene che l’esperienza di una psichiatria non istituzionale come quella che è oggi possibile in Italia, ha cambiato non solo le strategie terapeutiche ma anche alcuni stereotipi ideologici sulla scientificità delle osservazioni in psichiatria. Se i pazienti maniacali vengono seguiti in un contesto aperto alla comunicazione e non assediato da fili spinati, essi non si fanno violenti e mantengono livelli inattesi di socializzazione. Pertanto, vivere un episodio maniacale acuto nell’area di un servizio di psichiatria in cui non ci sono barriere come la chiusura e la recinzione, secondo Borgna, significa ostacolare la spirale dei fattori clinici e sociali che alimentano almeno alcune sovrastrutture, quelle più angoscianti e aggressive, della fenomenologia maniacale.

Nell’esperienza maniacale gli spazi sono vissuti come ristretti, oppressivi, opachi e incombenti e ogni ostacolo all’espansione nello spazio scatena tensione e aggressività nel paziente. Il corpo e lo spazio sono reciprocamente correlati, lo spazio è a disposizione del corpo vissuto che nella mania si espande fuori di sé e non ha soste nel suo continuo movimento. Lo sguardo nell’esperienza maniacale non è interiorizzato come nella mania, ma si diffonde e dilaga nel mondo delle realtà personali svuotandole di senso.

Oltre a queste modificazioni dello spazio vissuto, nella fase maniacale si osservano anche modificazioni dell’ambiente circostante. Infatti, quando ci si confronta con un paziente che ha una crisi maniacale si è colpiti dalla modalità con cui essa trasforma la stanza ospedaliera che la ospita. L’ambiente cambia improvvisamente nella sua fisionomia riempiendosi di quantità infinite di oggetti con funzioni e significati diversi (oggetti domestici, fiori, libri, disegni, stampe) che lasciano intravedere una partecipazione personale ed emozionale del paziente risentendo cioè della sua gioia sfrenata. A mano a mano che l’esperienza maniacale si attenua, diminuisce nel paziente la risonanza emozionale nei confronti degli oggetti.

A volte, pertanto, si ha una più immediata e precisa percezione delle condizioni cliniche di un paziente maniacale considerando gli aspetti ambientali della stanza in cui si trova, che non esaminando le modalità comportamentali che egli presenta.

Conclusioni

La forma di vita maniacale sembra contrassegnata da una dimensione sfrenatamente gaia e ottimistica e dal sottrarsi alla serietà e alla gravità dei problemi. Il modo di pensare maniacale deriva da uno stile di vita in cui i propri pensieri sono caratterizzati dall’aspetto del giocare. Ma, se l’essenza dell’esperienza maniacale si esprime in questa gioia smisurata e dionisiaca, si intravedono in essa anche i segni di un’esperienza di dolore e di morte.

Nella mania, dunque, che si alterna alla depressione, si coglie nella sua espressione più alta e straziante l’antinomia fra la vita e la morte che è radicata in ogni esistenza. Al di là della loro diversa modalità di confrontarsi con la vita e la morte, l’esperienza maniacale e quella depressiva hanno in comune il vivere la morte e il morire come qualcosa di imminente e attuale.

BIBLIOGRAFIA:

  • Borgna E. – “MalinconiaFeltrinelli,  1992.
  • Borgna E. – “L’arcipelago delle emozioni” – Feltrinelli. 2001.

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