Genitori e figli: appartenenze e responsabilità

Un Autore a cui spesso si fa riferimento quando si parla di genitorialità  e di educazione infantile è senza dubbio Bruno Bettelheim (1987), così capace di offrire nuove chiavi di lettura sul ruolo di genitore, spiegando le ragioni per le quali non si può pretendere di essere “perfetti”, né pretenderlo dai figli, che non lo saranno e diventeranno mai (per fortuna).

Fino a non molti anni fa, i momenti più importanti della vita di ognuno (la nascita, il matrimonio, gli anniversari, la morte, ecc.) avevano luogo in seno alla famiglia. In conseguenza di questo, prevaleva il sentimento di appartenere ad un nucleo sociale. Attualmente la casa, la famiglia, ha perduto gran parte della sua funzione e della sua identità di porto sicuro nel quale cercare rifugio nei momenti in cui la nostra incolumità fisica è minacciata dalla malattia, dal rischio del parto, dalla morte di un familiare, la malattia di un bambino.

Se da un lato i progressi in medicina hanno portato a migliorare notevolmente la salute di ciascuno di noi, ha altresì prodotto un allontanamento delle cure “domestiche”. Riferendosi all’esempio che può riguardare qualsiasi bambino, come gli incubi notturni, è importante sottolineare quanto la vicinanza fisica ed emotiva dei genitori siano estremamente caratterizzanti il benessere e il senso di sicurezza e appartenenza nel figlio. Quando il genitore si avvicina al figlio, sedendogli accanto o prendendolo in braccio, leggendogli una storia, tanto più il figlio si sentirà protetto. Si crea un legame intimo reciproco, poiché il figlio si sente rassicurato e il genitore contempla gli incubi notturni, ossia non pensa che siano una cosa “strana”. Sebbene oggi questa consapevolezza sembra essere banale e una nozione comune, molti genitori continuano a pensare che i bambini non dovrebbero avere incubi notturni e sono infastiditi quando avvengono, anche perché interrompono il sonno degli adulti già messo  a dura prova dalle ansie relative ad altri fattori, in primis le preoccupazioni legate al lavoro. Se il figlio ha difficoltà nell’addormentamento, i genitori si rivolgono ai pediatri piuttosto che affidarsi alla sicurezza che la loro presenza comunica o al conforto che una favola o una bevanda calda offrono. Nei casi in cui si prescrivono tranquillanti è possibile che l’uso di farmaci insegni al bambino a ricorrere a delle “scorciatoie” in futuro per ottenere il benessere, anziché cercarlo nel calore dei rapporti umani e potrebbe privare i genitori della possibilità di sentire quale disperato bisogno il figlio abbia di loro, e di ricevere la sua gratitudine per il conforto arrecato. È questa esperienza condivisa che dà sollievo ad entrambi e diventa un legame che li unisce per sempre.

Quando si parla di legame profondo, viscerale, non si può non fare riferimento all’allattamento, quale legame d’intimità che è a un tempo fisico ed emotivo. L’allattamento è l’evento centrale dell’esistenza infantile, il mattone fondamentale sul quale il bambino costruirà la sua fiducia in se stesso, nelle persone significative della sua vita e, per estensione, nel mondo (Bettelheim, 1987). Ciò che nell’allattamento al seno unisce così intimamente madre-figlio è il fatto che ciascuno riceve e dà la gratificazione di un bisogno fisico, il sollievo da una tensione e una profonda soddisfazione emotiva. Nei casi in cui l’allattamento al seno, per varie ragioni, non fosse possibile, quello artificiale può costituire un’esperienza in grado di sostituire l’allattamento al seno. È l’amore materno, infatti, a gettare le basi della fiducia del bambino in se stesso e nel mondo. “Come la madre lo ama, così il bambino impara ad amare se stesso e la madre e il mondo che essa rappresenta ai suoi occhi. Sono messaggi che il lattante riceve nell’essere allattato al momento giusto, nella misura giusta, tale da placare la sua fame per il periodo necessario; nell’essere  tenuto in braccio in maniera confortevole ma ferma; nel sentire il contatto tra la sua pelle e quella della madre; sono tutti questi messaggi insieme che, con azione sinergica, convincono il lattante del suo benessere e della bontà del mondo. Per il nostro benessere psicologico, abbiamo bisogno di provare un senso di appartenenza, di sentire che coloro ai quali siamo legati desiderano questo legame e vogliono che sia reciproco” (Ibidem).

Il senso di appartenenza significa avere il posto che ci spetta. Questo posto non è quello che ci viene dato da chi detiene il potere, ma quello che ci conquistiamo noi, attraverso lo sforzo personale. Quando, in passato, i figli contribuivano al lavoro nei campi, o alla bottega dei genitori, il figlio aveva la certezza di aver fatto tutto il possibile, tutto quello che si poteva pretendere da lui. Sapeva qual era il suo posto nella famiglia e di meritarselo. Oggi dai figli non ci si aspetta alcuna fatica fisica. I doveri scolastici non sono chiaramente definiti e i loro frutti così lontani nel tempo da farli apparire senza scopo sul momento (lunghe carriere scolastiche che, forse,solo successivamente possono trovare riscontro nell’area lavorativa). Oggi il figlio non può mai sapere con certezza se ha adempiuto a tutti i suoi doveri, né se li ha svolti bene. “E come potrebbe sentirsi sicuro di sé, quando il suo valore è determinato dalla valutazione che un insegnate può dare delle sue prestazioni, o dipende dal riuscire a soddisfare un genitore formando la sua personalità come piace a questi, più che secondo le sue inclinazioni, disposizioni ed esperienze? La certezza del nostro valore nasce soltanto dalla sensazione di avere adempiuto bene ai nostri compiti, compiti che devono intrinsecamente avere  un senso nel momento stesso in cui li svolgiamo. Non sono solo la noia o ingiustizie del sistema sociale a indurre i giovani a cercare distrazioni o oblio in una musica assordante da coprire qualunque pensiero, o peggio, a cercare evasione nella droga; è il prevalente senso di incertezza, di insoddisfazione nei propri confronti, così doloroso da doversene liberare a ogni costo, sia pure temporaneamente” (Ibidem). Di solito ai ragazzi non piace aiutare in casa, nemmeno mettere ordine alla propria camera. Aiutare nelle faccende domestiche rende la vita più semplice ai genitori, ma non contribuisce al benessere della famiglia, come invece accadeva quando per esempio in passato il contributo del figlio era indispensabile poiché il suo preciso lavoro si incastrava ad altri lavori che svolgevano altri familiari, pertanto il suo apporto aveva un forte valore intrinseco ed estrinseco. Oltre al fatto che il genitore non era tenuto a dire al figlio come dare il suo contributo e quando darlo. Motivo per cui l’orgoglio  del figlio veniva indirettamente incrementato e sostenuto.

Il senso di responsabilità non viene insegnato assegnando ai figli dei compiti. Questo si riferisce all’ubbidire agli ordini. Se ad un figlio gli si dice che è sua responsabilità fare una certa cosa (come per esempio mettere in ordine la sua stanza) questo tenderà a suscitare in lui atteggiamenti negativi; allora ubbidirà a un ordine invece di fare una cosa di sua libera scelta, per  rafforzare il suo rispetto di sé. E se il genitore, la più alta autorità della sua vita, lo richiama ai suoi doveri, o peggio lo obbliga a compiere quello che il genitore stesso ha deciso essere il suo dovere, allora il ragazzo ne deduce che il genitore non pensa che egli sappia comportarsi bene per libera scelta o per senso di amor proprio.  È più facile accettare di svolgere dei compiti (anche noiosi) se hanno una relazione con attività più importanti, di cui rappresentano una diretta conseguenza. Apparecchiare, sparecchiare o lavare i piatti è un compito noioso e dà poche soddisfazioni, poichè nella parte creativa e decisionale per esempio della preparazione del pranzo il figlio non è stato coinvolto. Per chi ha cucinato, lavare i piatti è una logica conseguenza di tutte le azioni compiute prima.

Ai giorni nostri non è rimasta praticamente alcuna attività quotidiana che possa risultare intrinsecamente significativa per un ragazzo, al punto da farlo sentire in dovere di svolgerla e da accrescere il suo rispetto di sé se la svolge bene, se non in situazioni di emergenza per esempio quando il genitore è ammalato o se c’è un fratellino da accudire. Quindi è importante che il genitore sia consapevole di quanto si diventato difficile per il figlio sviluppare quell’intima sicurezza che deriva dalla sensazione che c’è bisogno di lui, che il suo aiuto contribuisce al benessere familiare.

Bettelheim (1987), dunque, ci spiega l’inesistenza di un manuale che “insegni” l’arte del genitore ma offre spunti di riflessione a cui tale articolo fa riferimento e dal quale la scrivente ha attinto per sensibilizzare coloro i quali desiderano essere “genitori passabili”, ossia persone (piuttosto che ruoli) attente a cogliere nel proprio figlio le attitudini e l’indole che lo caratterizzano e lo rendono unico; che possono essere distanti/opposte o vicine/affini con le attitudini e peculiarità del genitore o alle sue aspettative. Credo che sia questo il messaggio che vuole regalare l’Autore: nutrire e prendersi cura di ciò che vede nel figlio, aiutarlo ed accompagnarlo ad essere ciò che il figlio stesso desidera essere.

Bibliografia:
Bettelheim B. Un genitore quasi perfetto Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1987

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