Il burnout

Il significato della parola “burn-out”, può essere tradotto in italiano come “bruciato”, “esaurito”, “scoppiato”, ed è stato coniato nel 1976 dalla psichiatra americana Maslach, una delle massime esperte mondiali in materia.

La definizione operativa della Maslach (1976) indica il burnout come una sindrome caratterizzata da esaurimento emozionale, depersonalizzazione e riduzione delle capacità personali, che può presentarsi in soggetti che, per professione, lavorano a contatto con le persone. Si tratta di una reazione di difesa alla tensione emotiva cronica creata dal contatto continuo con altri esseri umani, in particolare quando essi hanno dei problemi o motivi di sofferenza (Maslach 1976 ; Maslach 1982).

Più in generale, in ambiti lavorativi diversi dalle professioni d’aiuto, si configura come un disagio psicologico che emerge a seguito di eventi vissuti come frustranti, sostenuti per un lungo periodo di tempo. Viene spesso erroneamente interpretato come scarsa motivazione, incompetenza, fragilità psicologica.

Occorre distinguere il burnout dallo stress: il burnout può manifestarsi in concomitanza dello stress e quest’ultimo può esserne una concausa, ma non necessariamente quando c’è una situazione di stress c’è anche questo tipo di disagio.

La sindrome di Burn-out, o sindrome da disaffezione e disimpegno dal lavoro, non è, solitamente, un processo rapido e immediato: comincia con i primi episodi di sconfitta, con una lunga serie di aspettative frustrate, progetti falliti, ricompense mancate per sfociare, in ultimo, in veri e propri sintomi di diversa natura, quali:

  • Aumento di disturbi nella sfera psichica: insonnia, insicurezza, ansia, depressione;
  • insorgenza di patologie organiche vere e proprie quali ulcera, cefalea, affezioni cardiovascolari, astenia, eccessivo aumento o diminuzione ponderale;
  • maggiore vulnerabilità alle malattie;
  • abuso di alcol, farmaci, fumo;
  • incapacità di concentrazione, disistima, isolamento sociale;
  • conflitti con i familiari e con i colleghi di lavoro;
  • allontanamento precoce dal lavoro, spesso inteso come ultima spiaggia per sfuggire ad una situazione diversamente non sostenibile.

Questa sindrome è stata studiata inizialmente per le professioni cosiddette “di aiuto”: prima di tutto per i medici, poi per psicologi, educatori, operatori sanitari, infermieri, insegnanti, poliziotti, professioni a contatto con i bambini. Psicologicamente rappresenta il tipo di risposta a una situazione avvertita come intollerabile, poiché l’operatore percepisce una distanza incolmabile tra quantità delle richieste rivoltegli dagli utenti e le risorse disponibili (individuali e organizzative), per rispondere positivamente a tali richieste.

Ne deriva un senso di impotenza acquisita, dovuta alla convinzione di non poter fare nulla per modificare la situazione, per eliminare l’incongruenza tra ciò che si ritiene che l’utente si aspetti e ciò che la persona è in grado di offrirgli.

Ciò porta a un esaurimento di energie che può manifestarsi con sintomi fisici (fatica, frequenti mal di testa, disturbi gastrointestinali, insonnia, cambiamenti nelle abitudini alimentari, uso di farmaci), psicologici (senso di colpa, negativismo, alterazioni dell’umore, scarsa fiducia in sé, irritabilità, scarsa empatia e capacità di ascolto), reazioni comportamentali sul luogo di lavoro (assenze o ritardi frequenti, chiusura difensiva al dialogo, tendenza a evitare contatti telefonici e a rinviare gli appuntamenti, distacco emotivo dall’utente, scarsa creatività, ricorso a procedure standardizzate, spersonalizzazione nei rapporti).

La stessa Maslach, in una intervista, dichiarò: “La persona colpita da burnout, manifesta problemi relativi alla salute (come sintomi psicosomatici, insonnia), deterioramento psicologico (depressione, bassa stima di sé), ed è portata all’abuso di alcol o di farmaci. Comunque, gli effetti negativi del burnout non coinvolgono solo il singolo lavoratore. Ne può venire colpito l’utente, al quale viene offerto un servizio meno adeguato ed un trattamento meno umano. Ne può venire colpita l’istituzione, attraverso la prestazione scadente del lavoratore e il fenomeno dell’assenteismo o dell’avvicendamento. Ne può venire colpita anche la famiglia, attraverso uno stato di tensione e conflitto, che può sfociare in una situazione di frattura insanabile. è chiaro, quindi, che i costi del burnout sono estremamente elevati.

Riassumiamo, pertanto, i segni più comuni del burnout:

  • Aumento di disturbi nella sfera psichica: insonnia, insicurezza, ansia, depressione;
  • insorgenza di patologie organiche vere e proprie quali ulcera, cefalea, affezioni cardiovascolari, astenia, eccessivo aumento o diminuzione ponderale;
  • maggiore vulnerabilità alle malattie;
  • abuso di alcol, farmaci, fumo;
  • incapacità di concentrazione, disistima, isolamento sociale;
  • conflitti con i familiari e con i colleghi di lavoro;
  • allontanamento precoce dal lavoro, spesso inteso come ultima spiaggia per sfuggire ad una situazione diversamente non sostenibile.

Concludo con le parole della Maslach: “Molti diversi ambienti di lavoro predisponenti al burnout, hanno un elemento in comune: il sovraccarico. Che sia di tipo emotivo o fisico, il carico che eccede i limiti di resistenza di una persona è il compendio di ciò che di solito intendiamo per stress. Si ricevono troppe informazioni, si deve rispondere a troppe domande, e tutto questo succede troppo rapidamente perché sia possibile sostenerlo. Per l’operatore impegnato in una relazione d’aiuto, il sovraccarico si traduce in: troppe persone e in poco tempo a disposizione, perché egli possa adeguatamente rispondere alle loro esigenze. Quando il numero di casi da seguire è troppo elevato, il rapporto tra operatore e utente si riduce sotto molti aspetti: meno tempo è trascorso insieme, sono offerte prestazioni più limitate ed è raro, o del tutto inesistente, il follow-up.
Il burnout è elevato quando alle persone manca la sensazione di controllare la prestazione che stanno fornendo. Questa mancanza di controllo può derivare dal fatto che i superiori indicano esattamente che cosa fare, quando e in che modo farlo, senza perdere tempo ad agire diversamente …. Stare a contatto con persone nel lavoro non significa solamente avere degli scambi con gli utenti. Colleghi, supervisori, amministratori, sono altrettante figure di rilievo nell’ambiente lavorativo … Talvolta questi contatti possono risultare più stressanti di quanto non lo siano i rapporti con il cliente o il paziente; relazioni disturbate con i propri pari o con i colleghi, possono contribuire in maniera diversa all’instaurarsi del burnout.
Il supporto offerto dalla relazione con i propri pari (così come con familiari e amici)può allontanare il pericolo del burnout in vari modi. Se l’operatore è respinto dal suo gruppo, allora gli vengono a mancare le persone alle quali potersi rivolgere per aiuto, consiglio, rassicurazione, approvazione, o semplicemente, per una pacca amichevole sulla spalla”.

a cura della Dott.ssa Francesca Vannini

Bibliografia:
MASLACH, C. (1982) La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri Cittadella Editrice, Assisi, 1992
C. Stefanile, C. Maslach A proposito di “burnout syndrome Bollettino di Psicologia Applicata, 1988

Nessun articolo correlato.

Leave a Reply

 

 

 

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>