L’era moderna della ricerca sull’emozione ebbe inizio nel lontano 1884 quando lo psicologo James e il fisiologo Lange tentarono di dare una risposta al quesito se fossero i sentimenti a causare le risposte emotive o le risposte a causare i sentimenti. La teoria sostenuta dai due studiosi affermava che gli elementi valutativi-cognitivi non precedono le risposte espressivo-motorie, e che al contrario sono quest’ultime a determinare i primi.
Così l’aspetto mentale dell’emozione, il sentimento, era schiavo della sua fisiologia e non viceversa. In altre parole non tremiamo perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché tremiamo. Per oltre un secolo con l’aumentare del progresso si sono succedute varie ricerche nel campo delle emozioni. Ricordiamo la teoria di Cannon (1927) elaborata poi da Bard (1934), la teoria di Schachter e Singer (1962), fino ad arrivare agli anni 80’ con le teorie di Zajonc e Sherer (1984). Joseph Ledoux, neurobiologo di fama mondiale, studiando l’anatomia cerebrale attraverso tecniche di neuro-formazione di immagini, scoprì nell’amigdala il- ruolo fondamentale di sistema di allarme del cervello in grado di prevaricare, nell’arco di una frazione di secondo, il lobo prefrontale (in cui ha sede la razionalità) per far fronte all’emergenza.
Secondo la teoria di Ledoux, i nostri organi di senso (vista, udito, olfatto..) ricevono dall’ambiente informazioni che segnalano la presenza o la possibilità di un pericolo: ad esempio un serpente o qualcosa che gli assomiglia. Tali informazioni raggiungono l’amigdala attraverso percorsi diretti provenienti dal talamo (strada bassa) e da percorsi che vanno dal talamo alla corteccia all’amigdala (strada alta). La via talamo-amigdala è più breve e il sistema di trasmissione è più veloce. La strada bassa, non potendo sfruttare l’elaborazione corticale fornisce all’amigdala solo una rappresentazione rozza ed imprecisa dello stimolo innescando così una risposta meramente emotiva e consentendo al cervello di cominciare a rispondere al possibile pericolo. Questo percorso consente di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi prima di sapere esattamente cosa siano. Come ricorda Ledoux, da un punto di vista della sopravvivenza è meglio reagire a delle circostanze potenzialmente pericolose come se lo fossero che non reagirvi affatto. Meglio trattare un bastone come un serpente, che accorgersi troppo tardi che il bastone in realtà è un serpente. Attraverso la strada alta le informazioni quindi dal talamo arrivano all’ippocampo e alla corteccia pre-frontale. L’ippocampo riveste un ruolo importante nel compiere raffronti con le nostre esperienze passate ed è in grado di fornire informazioni sul contesto attorno all’oggetto della paura (una tigre in una gabbia susciterebbe così solo una piccola reazione dall’allarme da parte dell’amigdala).
La corteccia pre-frontale rappresenta una sorta di sistema di regolazione delle emozioni automatiche della paura. Qui vengono integrate tutte le informazioni sensoriali, emozionali, culturali e personali per calibrare un piano d’azione appropriato ai bisogni e al contesto della situazione incontrata. L’interpretazione emotiva precede quella cognitiva-razionale. Di fronte a una minaccia quindi, il primo ad avere paura è sempre il nostro corpo, non la nostra mente. Nelle paure patologiche l’amigdala sembra prendere in mano il potere. Studi effettuati attraverso tecniche di visualizzazione cerebrale mostrano come di fronte a paure “normali” come ad esempio paura di parlare in pubblico, nei soggetti fobici aumenti l’irrigazione sanguigna nella regione dell’amigdala a scapito delle regioni corticali. Nei soggetti non fobici si può notare una tendenza opposta.
| Bibliografia: | |||
| • | LeDoux, J. | Il cervello emotivo. | Baldini e Castoldi Editore, Milano, 1996 |
| • | Andr´, C. | Chi ha paura della paura? | Corbaccio Editore, Milano, 2005 |
| • | Gloeman, D. | Lavorare con intelligenza emotiva. | Rizzoli Editore, Milano, 1998 |
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