Fin dai primi tempi del cristianesimo, l’autostima delle persone era misurata dalla loro capacità di annullare, con la propria mente, il desiderio sessuale. La concezione del desiderio sessuale nell’età moderna si è capovolta, a tal punto che si dà per scontato che le persone lo desiderino.
Negli anni settanta, il desiderio sessuale veniva paragonato al desiderio per il cibo: il basso desiderio sessuale era ritenuto equivalente a una “anoressia sessuale”, una specie di malattia. Considerare il desiderio sessuale come un appetito “naturale” maschera la sua complessità e incoraggia le persone a vedere se stesse come difettose.
Quando un partner chiede all’altro “Vuoi fare l’amore?” non ha niente a che fare con il desiderio per il vostro partner o il desiderio che dura per tutto l’incontro. La vera domanda, secondo Schnarch (2001) è: “Desideri durante il rapporto sessuale?” o “Desideri me?”. Alcune persone si aspettano che il partner sia privo di desiderio durante il rapporto sessuale, che il partner sia soddisfatto se l’altro è sufficientemente bravo! Le persone che sono dipendenti dal partner, mentre sono in intimità, desiderano ardentemente che il proprio partner li desideri e palpiti per loro. Altri ancora, considerano il desiderio durante il rapporto sessuale come la crescita di una tensione che viene finalmente soddisfatta dall’orgasmo. Questo, però, è uno dei modi più volgari per interpretare il desiderio sessuale. Occorre cambiare prospettiva e pensare al desiderio sessuale come a qualcosa di intrinsecamente interpersonale e profondamente influenzato da ciò che accade mentre le persone hanno il rapporto sessuale.
Il desiderio sessuale è un meccanismo molto fragile, che facilmente si guasta. La sua diminuzione o assenza non rientra nella “patologia” in conseguenza a una grave stanchezza da surmenage lavorativo, scarsa disposizione affettiva verso il partner o a circostanze ambientali e relazionali sfavorevoli. A volte è sufficiente una piccola tensione all’interno della coppia o all’esterno, ad esempio lo stress legato al matrimonio stesso o alla nascita di un figlio, per disturbare il rapporto sessuale (Dacquino, 1994).
Nella pratica clinica si assiste ad alcune situazioni per le quali una persona affronta il sesso nella stessa misura in cui affronta la vita. Ci sono persone che provano desiderio nella fase iniziale del rapporto sessuale, ma poi il desiderio svanisce nel mezzo del rapporto. Non necessariamente sono persone che hanno vissuto esperienze traumatiche infantili, legate alla sessualità (abuso, maltrattamento, ecc.). Quando una persona, in alcune situazioni cliniche, comincia il rapporto sessuale e poi perde il desiderio durante l’atto in sé, potrebbe essere spiegato non come una mancanza di desiderio per il sesso in sé, quanto piuttosto un bisogno di attenuare la propria ansia e di poter “godere” di brevi attimi in cui sentirsi sicuro e protetto. Il retro pensiero, in questi casi, potrebbe riguardare una specifica domanda: “Chi mi vuole veramente?”. Se si inizia il rapporto sessuale con questo pensiero inconsapevole, è molto facile voler interrompere il rapporto perché a questa domanda è legato il timore del rifiuto. L’attenzione non è focalizzata a desiderare il partner, bensì “sentirsi come se dovesse servire gli altri per essere amata/o” (Schnarch, 2001).
Inizialmente l’ansia può spingere all’attività sessuale, ma subito dopo prevale il risentimento e il tentativo di non vendersi ai propri timori. La perdita di desiderio potrebbe essere letta come “azzardarsi a dire no al partner, no al dare per avere, no allo sfruttamento e all’isolamento, no all’abuso” (ibidem).
È importante sottolineare che nel corso di una terapia di coppia, occorre ridefinire quanto la mancanza di desiderio, vissuta come un problema, può essere in realtà la parte sana della persona che cerca di contare su se stessa, senza dipendere dal coniuge. L’Autore sostiene quanto questo sia un compito evolutivo che permette di risolvere questioni legate al passato, ancora non elaborate, che riaffiorano in maniera preponderante nel presente. Pertanto potrebbe essere utile ripercorrere le tappe della memoria e delle emozioni per creare connessioni tra passato e presente, per poter rivalutare le proprie percezioni e costruire un luogo emotivo entro il quale la persona sente di desiderare di stare. Quel desiderio potrà permettere di nutrire il desiderio legato alla sessualità, un desiderio che può essere mantenuto (o il suo contrario) anche in relazione ai motivi per cui i partner di una coppia si sono scelti reciprocamente. Di fondamentale importanza è risalire a “chi ha scelto chi e quando si è deciso di stare insieme”. Desiderare può significare scegliere e sentirsi desiderati può significare sentirsi scelti. Nel corso delle terapie è possibile realizzare che non si è mai scelto o non si è mai stati scelti (non solo dal partner ma anche per esempio dal primo marito o dai genitori). Ci sono dei casi in cui l’unico modo per una persona di scegliere è di non avere bisogno del partner.
In terapia è anche possibile risalire alla spinosa questione dei problemi infantili non risolti. Molti adulti adottano una strategia che ogni bambino conosce: “non voler desiderare” è un tentativo di proteggersi contro il dolore della voglia, del desiderio, dell’amore e della dipendenza non soddisfatti. L’arma del litigio, per esempio, è molto utilizzata, poiché litigare rende più facile non desiderare il partner.
Ci sono, poi, coloro che sostengono di scegliere le persone sbagliate. Scegliere il partner sbagliato potrebbe significare non voler desiderare una persona. Desiderare qualcuno attribuisce a quell’individuo un’importanza e un’influenza unica nella propria vita. Non desiderare potrebbe essere anche letto come pensare al proprio partner come sempre sostituibile.
Altrettanto importante è, in terapia, affrontare la delicata questione del potere all’interno della coppia. Schnarch (2001) afferma che “la persona con il minor desiderio per il sesso controlla sempre la frequenza del contatto sessuale tra i coniugi”. Nella pratica clinica, spesso l’uomo sottolinea di essere colui che offre più approcci. In questi casi, è la donna che in realtà stabilisce quando può avvenire il rapporto sessuale e quali offerte accetta. L’uomo pensa e si comporta come colui che determina l’effettuarsi del rapporto ma è la donna che controlla il contenuto e lo stile del contatto sessuale. Per cui, se in trattamento giunge una coppia in cui alla donna manca il desiderio sessuale è colei, dunque, considerata come il paziente designato, cioè che detiene il “problema”. In realtà, nel corso della terapia, tale ruolo della donna viene ridefinito come un grande potere: avere un maggior controllo sulla vita sessuale di coppia pur non facendo niente e mostrandosi impotente.
Pertanto, alla luce di quanto descritto seppur in maniera non completamente esaustiva, lo scarso desiderio sessuale non è affatto piacevole ma ha uno scopo: invita ad arricchire ciascun partner e la relazione stessa.
Come ricorda Schnarch (2001), “se accettate l’invito al cambiamento dal di dentro o semplicemente mascherarvi è scelta vostra”.
| Bibliografia: | |||
| • | Dacquino Giacomo | Che cos’è l’amore | Oscar Mondadori, Milano, 1994 |
| • | Schnarch David | La passione nel matrimonio | Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001 |
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