Insonnia e ansia

Ogni essere umano trascorre un terzo della propria vita dormendo.

Per molti anni il sonno è stato considerato come un fenomeno passivo. Le ricerche successive hanno evidenziato l’intervento di fenomeni attivi a regolare il ritmico alternarsi del sonno e della veglia. Il cervello dell’uomo che dorme non è dunque un cervello a riposo, ma esistono vie e centri attivi nel determinare l’inizio, il mantenimento e la fine del sonno. La scoperta delle onde elettriche cerebrali attraverso l’elettroencefalogramma (Hans Berger; 1929) ha permesso la registrazione dell’attività cerebrale, del respiro, del battito cardiaco, dell’attività muscolare e oculare permettendo di differenziare varie fasi del sonno.

Il sonno si compone di quattro fasi che si ripetono varie volte durante la notte: due sono caratterizzate da un sonno leggero; le altre da un sonno più profondo ed è soprattutto da queste ultime che dipende la qualità del dormire. Vi è poi una quinta fase molto importante chiamata “fase REM” (Rapid Eyes Movement, movimenti oculari rapidi) durante la quale le informazioni, le impressioni, gli avvenimenti del giorno precedente vengono ricapitolate, raccolte e ordinate dal cervello. Si tratta dunque di una fase del sonno in cui si memorizza, si ordina e addirittura si impara selezionando le esperienze del giorno, immagazzinando le più importanti ed eliminando le altre. L’insieme del primo periodo di sonno non-REM e del sonno REM costituisce il primo ciclo. Durante una notte di sonno si succedono da 4 a 5 cicli della durata di 100 minuti circa ciascuno. Il sonno non-REM è prevalente nella prima parte della notte mentre il sonno REM è più rappresentato nella seconda metà.

Nonostante l’importanza che il sonno riveste nelle nostre vite, alcune persone non riescono ad addormentarsi ed altre non riescono a continuare a dormire. Molte persone pensano che il termine “insonnia” si riferisca soltanto alla mancanza di sonno grave, cronica, quella che tiene svegli per tutta la notte. Non è così. Il termine insonnia può indicare la difficoltà quotidiana nel prendere sonno, oppure può essere riferito a problemi che insorgono quando ci si sveglia nel cuore della notte e non si riesce ad addormentarsi.

L’insonnia rappresenta il disturbo del sonno più frequente. Una recente statistica indica che circa il 14% delle persone lamenta un qualche disturbo del sonno ed è insoddisfatta del proprio dormire. La percentuale di insonnia aumenta poi con l’età raggiungendo, dopo i 60-65 anni, il 33% e il sesso femminile sembra essere il più colpito. Tra le donne adulte non anziane, sono più colpite le casalinghe rispetto alle donne che lavorano fuori casa, le operaie rispetto alle professioniste e le donne più anziane rispetto a quelle più giovani. Si può ritenere che l’insonnia femminile abbia un picco in corrispondenza della menopausa e quella maschile aumenti in concomitanza con l’età del pensionamento, due eventi che possono instaurare uno stato psicologico di lutto a causa della perdita di ruolo o della perdita di identità personale.

Un sonno insufficiente e poco ristoratore provoca un calo nel rendimento lavorativo, aumenta le tensioni emotive e la reattività in ambito familiare e lavorativo, può danneggiare lo stato di salute e indurre ad un ricovero ospedaliero.(Scarone, Colombo). Il fattore “durata” del sonno è purtroppo non significativo per fare diagnosi di insonnia poiché vi sono notevoli differenze individuali nella percezione della quantità di sonno di cui ciascuno necessita. Infatti vi sono persone che dormono costantemente poco più di 3 ore per notte senza alcun disturbo (persone famose che appartengono a questa tipologia erano Winston Churchill, Napoleone, Papa Giovanni XXIII, Pirandello, Thomas Edison, …), vi sono anche individui che qualora dormano meno di dieci ore non si sentono in completo benessere e affermano di non aver dormito a sufficienza.

L’insonnia può essere diversa da persona a persona e si distingue in base alla durata, al tipo e alle cause. In base alla durata possiamo parlare di insonnia occasionale che dura da una a tre notti e spesso è legata a periodi di tensione emotiva, come preoccupazioni familiari o professionali; di insonnia transitoria che dura da tre notti a tre settimane e di insonnia cronica se dura più di tre settimane.. L’insonnia può essere di tipo iniziale quando si fa fatica a addormentarsi; di tipo centrale se si hanno molti risvegli durante la notte; e di tipo tardiva quando il risveglio mattutino è troppo precoce. Esiste anche un’insonnia soggettiva: la persona ha la percezione di dormire poco e male ma misurato con la polisonnografia il suo sonno è più o meno regolare.

Per quanto riguarda le cause, possono essere svariate.

Molte insonnie sono situazionali, sono cioè causate da eventi o situazioni presenti nell’ambiente in cui l’individuo dorme o legati al suo periodo di vita. Alcune di queste sono causate da elementi di disturbo esterni che interferiscono sulle possibilità di sonno, altre possono dipendere da alterazioni del ritmo circadiano, cioè da cambiamenti non fisiologici della collocazione cronologica del sonno nell’arco delle 24 ore, altre ancora sono legate a condizioni mediche o psicologiche.

L’ansia è causa di insonnia in circa metà dei casi che hanno alla base un problema psicologico (la depressione è un’altra causa psicologica di insonnia).
L’ansia provoca di frequente la cosiddetta “insonnia parafisiologica”, la quale si verifica in quelle situazioni in cui diviene impossibile addormentarsi, pur essendo stanchi e bisognosi di riposo, poiché si ha troppa paura di non riuscire ad addormentarsi. Le ruminazioni mentali tipiche del soggetto ansioso impediscono di prendere sonno e di riposare bene e sono in grado di innescare un vero e proprio circolo vizioso: più ci si preoccupa e più non si riesce a dormire. “Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue […]?”Le parole che Adriano utilizzava nel descrivere l’insonnia nel libro di M. Yourcenar ci danno un esempio di quanto il pensiero ansioso possa influire sul riposo. La mancanza di sonno aumenta a sua volta la preoccupazione, rendendo il soggetto irritabile ed aumentando la sua tensione emotiva impedendo l’addormentamento.

Secondo la scuola cognitivo-comportamentale l’ansia interferisce sulla rapidità con cui ci si addormenta mentre la depressione sulla profondità e continuità successive. Tale prospettiva considera le malattie e i disagi, fra cui l’insonnia, come derivanti dalla incapacità della persona di adattarsi a stimoli ambientali che richiedono un processo di adattamento.

Oltre a rendere difficile l’addormentamento, l’ansia, provoca diversi risvegli nella parte centrale della notte. Si riducono così gli stadi 3 e 4 e il sonno REM. A volte alcuni sintomi, ad esempio un rituale ossessivo, può essere così invasivo da interferire con l’andare a letto o col restarci.

L’ansia determina un’amplificazione dei livelli di vigilanza, l’insorgenza del sonno subisce un ritardo, anche di ore, e il risveglio finale è anticipato. Ne risulta abbreviata la durata del sonno e al momento del risveglio l’ansia riemerge rapidamente e abolisce le fisiologiche oscillazioni diurne di vigilanza.
Spesso le alterazioni sono variabili da una notte all’altra, non è quindi facile tracciare un profilo tipico del sonno dei soggetti ansiosi ma è costante l’incapacità di compensare la carenza di sonno notturno con sonnellini diurni.
Nella cura dell’insonnia i trattamenti non farmacologici risultano non solo consigliati, ma addirittura necessari per evitare disturbi iatrogeni.
Sull’impiego della psicoterapia cognitiva, in alcuni casi associata a tecniche di rilassamento e di controllo dell’ansia esistono precise evidenze scientifiche di efficacia.

Bibliografia:
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Smeraldi E., Bellodi L. I disturbi d’ansia Edi-ermes, Milano, 1991
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