Nell’ipocondria la persona è ossessionata dalla paura di avere una grave malattia. Essa vive delle comuni sensazioni fisiche o anormalità di scarsa importanza, come ad esempio una tosse occasionale o una semplice cefalea, come prove della sua convinzione.
L’ipocondriaco è in genere affamato di notizie e informazioni di carattere medico e se prima si affidava a libri, riviste o conoscenti nel mondo reale per approfondire la causa dei propri disturbi immaginari ora può riversare ogni preoccupazione e desiderio di conoscenza direttamente sul web.
Oggi si parla di Cybercondria per indicare la propensione a prefigurare gli scenari peggiori quando si cercano sul web informazioni e risposte mediche.
Prima l’atteggiamento esasperante con cui l’ipocondriaco cercava di confermare le proprie paure poteva essere in qualche modo controllato dall’esterno, ora nell’oceano illimitato di informazioni rappresentato dal mondo virtuale egli si trova a navigare in perfetta solitudine accedendo a migliaia di informazioni mediche che non sa gestire la cui provenienza è spesso sconosciuta e la cui attendibilità è incapace di valutare. Informazioni che prende per vere, che inevitabilmente andranno a confermare i propri sospetti ingigantendo ancora di più il problema e ingenerando così un ansia maggiore e un ulteriore bisogno ad approfondire.
Uno studio recente della Microsoft Research effettuato su un campione di 25000 utenti di internet, volto ad analizzare in modo sistematico l’ansia degli utenti che effettuano ricerche mediche su internet ha riscontrato che la cybercondria colpisce 6 internauti su 25.
La cybercondria è un fenomeno diffuso.
Non riguarda solo gli ipocondriaci in senso stretto. Secondo Microsoft, un quarto del campione analizzato ha condotto almeno una ricerca medica nel periodo esaminato e un terzo di questi è andato avanti ad approfondire le malattie più rare e gravi.
Tra i risultati della ricerca condotta da Eric Horvitz è emerso che l’utilizzo i motori di ricerca per indagare su semplici sintomi come “mal di testa”, solitamente forma di indisposizione transitorie e di scarsa importanza clinica, tende a condurre a contenuti che descrivono patologie serie piuttosto che indisposizioni passeggere, anche quando le prime sono molto più rare. La maggior parte delle persone inoltre tenderebbe a dedicare la propria attenzione ai risultati che correlano i propri sintomi alla patologia più grave lasciando in secondo piano quelli più ragionevoli e quindi più probabili.
Il problema, afferma Horvizt è che le persone tendono a fermarsi ai primi risultati della ricerca ottenuta con la query, partendo da quel punto per iniziare a formulare la propria autodiagnosi. è così che un semplice mal di testa si trasforma in un tumore al cervello, un affaticamento muscolare in una SLA.
Il pericolo inquietante è confondere il proprio pc con un medico specialista depositario di tutte le risposte e abbandonarsi a preoccupazioni ed ansie infondate che porterebbero ad effettuare esami costosi al fine di scongiurare i rischi temuti.
L’indagine ha riscontrato una preoccupante persistenza dei sintomi ansiosi anche dopo la ricerca su internet, in grado di interferire negativamente sulla vita professionale e familiare dei soggetti.
I ricercatori della Microsoft hanno sottolineato l’importanza di un cambiamento nel Web. Cambiamento che deve essere apportato per permettere una maggiore precisione nelle informazioni da fornire ai navigatori con lo scopo di “calibrare i risultati delle ricerche e scongiurare possibili tendenze ipocondriache.
| Bibliografia: | |||
| • | White, E., Horvitz., E. | Cyberchondria:Studies of Escalation of Mediacal Concerns in web Search | Microsoft Research 2008 |
| • | Davison G, C., Neale, J. | Psicologia clinica | Zanichelli, Bologna, 1994 |
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