La Fobia Sociale: quando l’estraneo fa paura

Chiudete gli occhi. Immaginate di trovarvi sopra un palcoscenico, da soli. I riflettori sono puntati su di voi. Di fronte si trova un pubblico silenzioso; le persone sono al buio, ma si intravedono le sagome. Tutti guardano voi e aspettano. Voi sapete che dovreste dire o fare qualcosa, il pubblico si sta innervosendo: qualcuno tossisce, qualcun altro si agita sulla sedia. Tutti guardano voi, ma nella vostra testa c’è il vuoto, non ricordate nulla, nemmeno il motivo per cui siete lì. Le mani cominciano a sudare, la vostra bocca è completamente asciutta e un tremore comincia ad impossessarsi del vostro corpo. Siete sicuri che, quando aprirete bocca, balbetterete qualcosa di incomprensibile e tutti si accorgeranno del vostro stato d’animo.

Cosa state provando in questo momento? Un po’ di disagio, una forte ansia, un terrore incontrollabile?

Tutte le persone provano un po’ d’ansia nelle situazioni sociali, anche le più estroverse e questo è perfettamente normale. Un moderato livello d’ansia è utile, perché permette di affrontare una performance rimanendo vigili e reattivi. Ci sono persone, però, che per paura del giudizio altrui hanno difficoltà a svolgere anche le attività più comuni, come prendere i mezzi pubblici o fare la spesa. In questo caso si parla di fobia sociale.

Secondo il DSM-IV-TR, i Criteri Diagnostici per la Fobia Sociale sono i seguenti:

  1. Paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante.Nota: Nei bambini deve essere evidente la capacità di stabilire rapporti sociali appropriati all’età con persone familiari e l’ansia deve manifestarsi con i coetanei, e non solo nell’interazione con gli adulti;
  2. L’esposizione alla situazione temuta quasi invariabilmente provoca l’ansia, che può assumere le caratteristiche di un Attacco di Panico causato dalla situazione o sensibile alla situazione. Nota: Nei bambini, l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con l’irrigidimento, o con l’evitamento delle situazioni sociali con persone non familiari;
  3. La persona riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole. Nota: Nei bambini questa caratteristica può essere assente;
  4. Le situazioni sociali o prestazionali temute sono evitate o sopportate con intensa ansia o disagio;
  5. L’evitamento, l’ansia anticipatoria o il disagio nella/e situazione/i sociale/i o prestazionale/i interferiscono significativamente con le abitudini normali della persona, con il funzionamento lavorativo (scolastico) o con le attività o relazioni sociali, oppure è presente marcato disagio per il fatto di avere la fobia;
  6. Negli individui al di sotto dei 18 anni la durata è di almeno 6 mesi;
  7. La paura o l’evitamento non sono dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (per es., una droga di abuso, un farmaco) o di una condizione medica generale, e non sono meglio giustificati da un altro disturbo mentale (per es., Disturbo di Panico Con Agorafobia o Senza Agorafobia, Disturbo d’Ansia di Separazione, Disturbo da Dismorfismo Corporeo, un Disturbo Pervasivo dello Sviluppo o il Disturbo Schizoide di Personalità);
  8. Se sono presenti una condizione medica generale o un altro disturbo mentale, la paura di cui al Criterio A non è ad essi correlabile, per es., la paura non riguarda la Balbuzie, il tremore nella malattia di Parkinson o il mostrare un comportamento alimentare abnorme nell’Anoressia Nervosa o nella Bulimia Nervosa.

Se le paure includono la maggior parte delle situazioni sociali si parla di fobia sociale generalizzata, oppure possono presentarsi in modo più acuto in alcune situazioni specifiche, come, ad esempio, in occasione di un esame scolastico o di un colloquio di lavoro. In caso di fobia sociale generalizzata, è opportuno prendere in considerazione anche la diagnosi addizionale di Disturbo Evitante di Personalità.

Alcune delle principali situazioni temute per chi soffre di fobia sociale:

  • parlare in pubblico,
  • mangiare o bere in pubblico,
  • guardare negli occhi la gente,
  • partecipare a feste,
  • sensazione di sentirsi osservato e criticato,
  • sensazione di essere al centro dell’attenzione,
  • scrivere o firmare in pubblico,
  • districarsi in commerci e relazioni amministrative,
  • iniziare una conversazione,
  • essere presentati ad altre persone,
  • incontrare persone sconosciute, del sesso opposto o per cui si prova attrazione,
  • parlare al telefono,
  • difendere le proprie opinioni,
  • parlare in un piccolo gruppo,
  • parlare con persone di autorità,
  • fare o accettare complimenti.

In genere l’esordio della malattia si colloca nell’adolescenza e si sviluppa lentamente nel corso di mesi e anni. A volte compare dopo un particolare episodio in cui l’individuo ha provato forte imbarazzo in presenza di altre persone.

Questo disturbo, se non curato, può portare ad una vita molto triste: la “timidezza” estrema può portare ad una grande solitudine. Per paura di apparire stupide, le persone non riescono a crearsi delle amicizie né, tantomeno, ad iniziare una relazione sentimentale. Possono scegliere un lavoro noioso, al di sotto delle proprie competenze, per paura di fallire e non doversi confrontare con gli altri. La scuola è un incubo! Affrontare un interrogazione orale equivale a presentarsi di fronte ad un plotone d’esecuzione. Nei casi più estremi il timore degli altri porta a diventare degli eremiti, silenziosi e isolati, che vivono sempre chiusi in casa, disoccupati, aiutati a sopravvivere dai servizi sociali.

Nelle ansie sociali la paura centrale è quella di essere al centro dell’attenzione, di esporre le proprie debolezze e, di conseguenza, di essere giudicati negativamente da una o più persone. Il fobico sociale è ipersensibile ai segnali delle altre persone relativi la propria immagine: il mio aspetto è accettabile? Il mio comportamento è adeguato? La mia ansia si vede? Cosa stanno pensando gli altri di me in questo momento? Che sono stupido, strano, diverso? Perché mi stanno guardando? Questo tipo di pensieri fa entrare la persona in un circolo vizioso: più il soggetto teme di mostrare la sua ansia, più l’emozione sarà visibile all’esterno (con rossore, sudore, tremore, balbuzie). L’interessato se ne accorge e questo non fa altro che aumentare la sua agitazione. A questo punto il suo comportamento diventa impacciato, eccessivamente timido, disorganizzato, attirando realmente l’attenzione degli altri. L’unico modo per risolvere il problema diventa fuggire  dalla situazione (“volevo scomparire”, “mi sono sentito sprofondare”) ed evitare in futuro situazioni simili, dove i pensieri e sentimenti negativi si ripresenteranno di sicuro.

L’età media di insorgenza è la fase centrale dell’adolescenza, ma il disturbo può essere diagnosticato anche molto prima.

Per molti aspetti si presenta come nell’adulto, ma nel bambino:

  • l’ansia può essere espressa con pianto, scoppi di ira, irrigidimento, evitamento delle situazioni sociali con persone non familiari,
  • può essere assente la consapevolezza del fatto che la paura è eccessiva e irragionevole.

Diversi studi documentano l’esistenza di un deficit nelle abilità sociali nei bambini e negli adulti  con fobia sociale, benché non siano chiare le relazioni di causa-effetto: esiste un effettivo deficit delle abilità sociali o l’inibizione della performance è dovuta all’ansia? Oppure il disturbo è dovuto alla presenza di entrambi i fattori? In pratica, le persone che manifestano abilità sociali deficitarie vanno incontro ad una serie di insuccessi nelle relazioni sociali, che generano aspettative e pensieri negativi rispetto alle situazioni sociali in generale; tali pensieri provocano, a loro volta, ansia e desiderio di evitare il più possibile i contatti con gli altri e questo non fa altro che peggiorare le abilità sociali del soggetto. Si innesca, così, un circolo vizioso.

Se il deficit relativo alle abilità sociali gioca un ruolo nel mantenimento dell’ansia sociale l’intervento terapeutico dovrebbe includere un training di abilità sociali. Il trattamento può essere svolto in sedute individuali o in piccoli gruppi; questa seconda soluzione è preferibile. Infatti, l’obiettivo principale del training è quello di insegnare ai soggetti specifiche abilità e di dar loro l’opportunità di esercitarle in un contesto controllato. Vengono, inoltre, progettati compiti adeguati da svolgere all’esterno dello studio del terapeuta per promuovere la generalizzazione delle competenze apprese.

Bibliografia:
Beck A.T., Emery G. L’ansia e le fobie Casa Editrice Astrolabio, 1988
American Psychiatric Association DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision Masson, Milano, 2000
Marks I.M. Ansia e paure. Comprenderle, affrontarle e dominarle McGraw-Hill, 2002

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