Il disturbo da attacchi di panico, il modello cognitivo-comportamentale

Si sperimenta un attacco di panico quando la persona colpita, in breve tempo diviene molto spaventata o molto ansiosa in una situazione che in generale nella maggior parte delle persone non provoca alcuna paura. Durante l’attacco la persona può manifestare i seguenti sintomi:

  • Respiro affannoso;
  • Palpitazioni o tachicardia;
  • Vertigini o giramenti di testa;
  • Formicolii agli arti inferiori o superiori;
  • Senso di costrizione o dolore al torace;
  • Senso di soffocamento o “fame d’aria”;
  • Sudorazione;
  • Tremolii;
  • Bocca secca;
  • Tensione muscolare;
  • Derealizzazione (sensazione che la realtà circostante non sia reale);
  • Depersonalzzazione (sensazione di non riuscire a riconoscersi).

Le reazioni all’attacco di panico possono esser differenti a seconda della persona , c’è chi tenta di fuggire dalla situazione ansiogena, chi cerca aiuto e chi invece vuol rimanere da solo perché si vergogna delle conseguenze che il proprio attacco di panico può avere sulle altre persone.

Nella maggior parte dei casi il disturbo di attacchi di panico (DAP) si manifesta dopo aver attraversato un periodo di forte stress emotivo e fisico, esempi possono esser una grave malattia propria o di un parente, la morte improvvisa di una persona cara, dopo un fidanzamento o un matrimonio, una gravidanza, la nascita di un figlio.

Chi soffre di attacchi di panico attribuisce erroneamente l’insorgenza  dell’attacco alla situazione in cui esso si è verificato: è successo lì per cui è colpa di questa. Nel tempo si instaura un processo di generalizzazione per cui la persona comincia a temere ed evitare anche altre situazioni differenti rispetto a quella originaria.: è il pensiero di poter stare male ancora che porta il fobico ad un crescendo di evitamenti e restrizioni nel suo agire quotidiano.

La paura primaria , quindi, non è la paura dei luoghi o delle situazioni, quanto la paura di tutte le sensazioni fisiche associate al panico, si innesca così il circolo vizioso “della paura della paura”.

La natura dell’ansia: aspetti fisici

L’ansia rappresenta evolutivamente il nostro campanello dall’allarme di fronte a delle situazioni che giudichiamo pericolose. Nel momento in cui il nostro cervello rileva una minaccia , all’interno del nostro corpo si sviluppa un’attivazione generale che ha come scopo quella di prepararci a reagire nel miglior modo possibile di fronte al pericolo:  il respiro si fa affannoso, i polmoni si espandono per aumentare la quantità di ossigeno disponibile per i muscoli, il ritmo cardiaco aumenta, il sangue è tutto dirottato ai grossi muscoli degli arti inferiori, questi si tendono con lo scopo di contrarsi velocemente, la digestione si ferma (sensazione di nodo allo stomaco) e la bocca diviene secca.

Si tratta della cosidetta risposta di attacco e fuga. Non dobbiamo quindi stupirci se nel momento in cui percepiamo un pericolo ci sentiamo il cuore in gola , proviamo nausea e tensione muscolare: sono tutte manifestazioni utili se dovessimo fuggire per salvarci la pelle!

Possiamo quindi dedurre come tale meccanismo di difesa risultasse  molto utile al tempo degli uomini primitivi, la cui vita era piena di gravi pericoli fisici, ma nella vita attuale essa può portare a problemi seri nel momento in cui si attiva o troppo facilmente o nel momento sbagliato.

Gli attacchi di panico quindi sono dovuti a falsi allarmi che attivano troppo facilmente la nostra risposta di attacco e fuga.

I processi cognitivi

I soggetti che soffrono di attacchi di panico sono più inclini a valutare le situazioni ambigue come pericolose e fuori dal loro controllo. Tale interpretazione riguarda sia stimoli esterni, che stimoli interni (sensazioni corporee) per cui essi da neutri/innocui divengono minaccia , scatenando così la reazione di attacco fuga.

In particolar modo per quanto riguarda il DAP, cruciale non è il correlato fisiologico dell’ansia quanto la valutazione in termini catastrofici di questi sintomi : avere un infarto o un ictus, stare per impazzire, perdere il controllo.

Le manifestazioni emotive di un attacco di panico sono quindi influenzate da ciò che si pensa.: più credo di esser in pericolo più il mio corpo si attiverà per respingere la minaccia, ma più si attiva più si intensificano le manifestazioni d’ansia, più esse diventano forti più io mi spavento. Le persone rimangono così incastrate in questo circolo che si autoalimenta.

Chi soffre di attacchi di panico non ha emozioni sbagliate ma emozioni normali di fronte a pensieri sbagliati, detti disfunzionali o ansiogeni . Evitare le situazioni non è quindi la soluzione al problema, in quanto come spiegato non sono gli eventi in sé a generare l’ansia, ma i nostri pensieri e le nostre valutazioni di essi. Anzi, l’evitamento è  un fattore che mantiene vivo il disturbo, rafforza i pensieri disfunzionali in quanto impedisce al soggetto di acquisire informazioni che possono contrastarli e quindi rendersi conto della loro infondatezza.

Esempi di pensieri ansiogeni sono:

  • la probabilità alta di avere un attacco di panico;
  • esagerazioni circa le conseguenze negative del panico (conseguenze psicologiche-sociali-mediche più gravi e durature  di quanto non siano realmente);
  • svalutazione delle proprie capacità di fronteggiare le situazioni;
  • interpretazione erronea delle sensazioni fisiche legate all’ansia (es.:paura di una morte imminente).

Nucleo fondamentale della terapia dei disturbi d’attacco di panico è insegnare al paziente a non spaventarsi più di fronte alle sensazioni fisiche ed interpretare in modo più realistico gli eventi che accadono, cercando appunto nella realtà le prove che confermano o che confutano le loro ipotesi di pericolo.

Bibliografia:
G. Andrews, M. Creamer, R. Crino, L. Lampe, A. Page Trattamento dei disturbi d’ansia
I. M. Marks edizione italiana a cura di G. A. Fava, F.M. Saviotti Ansia e paure, comprenderle, affrontarle e dominarle

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