Un modello cognitivo dei disturbi d'ansia

Nell’ambito della scienza cognitiva si assume il principio che  gli eventi di per sé hanno un carattere neutro né piacevoli né spiacevoli, a provocare un particolare stato emotivo quindi sono tutti i pensieri, le valutazioni più o meno volontarie che noi formuliamo su di essi. Ciò significa che un evento qualsiasi come può esser un ritardo al lavoro può scatenare nei diversi individui  diverse reazioni emotive perché essi lo caricano di un particolare e soggettivo significato a seconda delle “lenti” con cui quindi viene “visto”.

Le emozioni sono influenzate ed influenzano ciò che noi pensiamo, ma ancor di più esse

vengono viste come un fattore fondamentale di orientamento dei processi cognitivi.

Greenberg e Safran, da una lunga rassegna della letteratura sull’argomento, concludono che le emozioni hanno un ruolo fondamentalmente adattivo.

Tale ruolo si delinea in vari modi:

  • Le emozioni informano il soggetto della propria disposizione verso gli eventi;
  • Connettono i processi cognitivi con la tendenza all’azione consentendo all’organismo di agire in modo integrato.

Infine, essendo le emozioni umane connesse con le relazioni interpersonali, forniscono informazioni e modulano l’andamento delle relazioni, tanto da poter concludere che più ricca è la gamma delle esperienze emotive di una persona, più ampio risulta l’insieme delle attitudini relazionali, cioè delle modalità con cui ci rapportiamo agli altri.

Date queste premesse si comincia a capire perché tra un individuo ed un altro esistono differenze personali nella tendenza ad esperire uno stato di ansia; alcuni soggetti sono più inclini di altri a valutare gli eventi che occorrono, come una minaccia dalla quale è necessario difendersi; questo perché utilizzano degli schemi cognitivi, delle “lenti” appunto attraverso cui guardano il mondo, che  ingigantiscono da un lato la pericolosità delle situazioni, dall’altro la loro incapacità a fronteggiarle.

Da un punto di vista cognitivo quindi la tendenza all’ansia è dovuta:

  • Percezione della realtà come estremamente pericolosa;
  • Percezione di se stessi come incapaci di affrontare il pericolo (scarsa percezione di autoefficacia).

Questi due fattori rappresentano una componente di vulnerabilità: essi spingono l’individuo a vigilare continuamente su possibili indizi circa la presenza o meno di una minaccia. Il soggetto ansioso esegue costanti controlli sul suo ambiente(inteso come realtà esterna, come altre persone o come proprio corpo a seconda del disturbo manifestato) mantenendo sempre alto il suo stato di allerta e non appena rileva un segnale di un possibile pericolo concentra tutta la sua attenzione su di esso (attenzione selettiva) ignorando tutti gli altri elementi che invece potrebbero fungere da rassicurazione. Tutte le energie mentali sono concentrate sull’elemento di pericolo a tal punto che il soggetto compie dei veri e propri errori di ragionamento, ciò che Beck chiama errori cognitivi, come ad esempio esalta o riduce l’importanza di eventi e situazioni (ingigantire/sminuire), adatta conclusioni derivate da eventi isolati a svariate situazioni (generalizzazione), trae conclusioni in mancanza di evidenze sufficienti (inferenza arbitraria) ecc..

A causa di queste distorsioni cognitive il soggetto ansioso sovrastimerà sia la possibilità che l’evento temuto possa accadere sia la portata della gravità dello stesso. Di conseguenza per proteggersi dal rischio di soccombere, la persona  attiverà  risposte comportamentali di evitamento (es: non recarsi in un luogo in quanto lì avvenuto un attacco di panico, oppure evitare di parlare ad una riunione di lavoro perché lì avvenuta una manifestazione di imbarazzo e ansia ecc) e strategie comportamentali di protezione (es. portarsi sempre appresso gli ansiolitici, ridurre l’attività fisica, guardare solo film poco emozionanti ecc..). Sebbene a breve termine questi comportamenti producano una riduzione dell’ansia (“sono scampato dal pericolo”), alla lunga divengono essi stessi fattori di mantenimento dei sintomi ansiosi poiché impediscono alla persona di verificare sul campo se effettivamente l’evento temuto sarebbe stato così terribile e nefasto, mantenendo attiva la convinzione della pericolosità dell’ambiente e della propria inadeguatezza nell’affrontarlo.

Tutti i disturbi d’ansia sono accomunati quindi dai meccanismi di genesi e mantenimento dell’ansia, ciò che li differenzia è lo scopo che il soggetto sente minacciato.

Nelle fobie, sia semplici che negli attacchi di panico, esiste una situazione specifica che il soggetto teme ed evita con tutte le sue forze: la credenza centrale è che se esposti alla loro situazione stimolo, essi proverebbero un’emozione tale che li stroncherebbe facendoli impazzire oppure morire. La paura del fobico e dell’ansioso è sperimentare la paura stessa, che ritiene intollerabile, instaurando così la famosa “paura della paura”.

Nella fobia sociale il soggetto teme ed evita in modo attivo tutte quelle situazioni sociali in cui è esposto ad un giudizio altrui negativo. In questo caso lo scopo da proteggere è la propria buona immagine e l’emozione maggiormente temuta è la vergogna, vissuta come prova tangibile della propria inadeguatezza.

Nel disturbo ossessivo-compulsivo ciò che si teme in assoluto è la possibilità che un evento di una certa gravità accada. È dovere assoluto del soggetto fare di tutto affinchè esso non si verifichi, mettendo in atto comportamenti preventivi (compulsioni). L’emozione che più spaventa in questo caso è la colpa.

Nel disturbo d’ansia generalizzato la preoccupazione si estende a tutti i campi della vita quotidiana, il soggetto vive in un mondo che percepisce e giudica come imprevedibile e pericoloso.

In tutti i disturbi d’ansia l’intero mondo emotivo è poco conosciuto e di conseguenza vissuto come spaventoso.

Ciò che caratterizza i disturbi d’ansia e che trasforma l’ansia in un problema è che l’attivazione fisiologica che si innesca di fronte alla percezione di pericolo, diviene essa stessa oggetto di una valutazione soggettiva catastrofica ,  trasformandosi in minaccia, creando così il circolo vizioso della “paura della paura”: ci si difende da questa emozione in quanto poco conosciuta e quindi pericolosa, e in quanto incapaci  di fronteggiarla.

Bibliografia:
S.Sassaroli, R. Lorenzini, G.M. Ruggiero Psicoterapia cognitiva dell’ansia
A.Wells Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia
D. Dettore Il disturbo ossessivo-compulsivo
A. Semerari Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva

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