Breve storia della teoria sistemico-relazionale
Da Freud in poi tutti gli studi sui disturbi psichici, sul comportamento umano, erano basati sul modello clinico (il disturbo emotivo o mentale è da ricercare nella disfunzione di qualche organo o apparato ed è visto come una vera e propria malattia somatica da curare con qualche terapia) o sul modello psicodinamico (ricerca di un’eziologia, di una causa scatenante, il trauma o il conflitto dal quale il paziente deve liberarsi). La malattia mentale era concepita in termini lineari, sul principio di causalità diretta, dove l’evento A produce l’evento B e da questo deriva C. Il percorso è dal passato al presente e al futuro. Quindi bisogna inevitabilmente comprendere il passato per avere un cambiamento nel presente.
Piccoli accenni di interesse alla famiglia sono arrivati anche da S. Freud che nel caso del Piccolo Hans ha considerato anche il padre del piccolo paziente nella risoluzione della fobia di un bambino.
In ambito psicodinamico A. Adler affermerà che per il bambino sviluppare sintomi è un modo di rispondere agli stimoli di genitori frustranti o iperprotettivi e insieme un modo di chiedere loro aiuto.
Anche C. Jung sosterrà per il figlio l’importanza della relazione tra i genitori e non solo l’esperienza diretta con ciascun genitore.
Ci vorrà comunque molto tempo prima che in ambito psicodinamico si possa parlare delle connessioni del paziente con la sua “famiglia interna”, ma ci vorrà una quasi rivoluzione concettuale prima di poter accettare di considerare la “famiglia reale, attuale”. Il movimento che cominciò a lavorare con le famiglie, infatti, nacque quasi in clandestinità, in quanto doveva fare i conti con le regole dell’etica professionale che sconsigliava di coinvolgere i membri della famiglia nel trattamento per salvaguardare il rapporto tra paziente e analista.
Tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50 si può ricondurre la nascita dei trattamenti familiari negli Stati Uniti che già allora cominciarono ad occuparsi di consulenze alle coppie e alle famiglie nell’ambito della psichiatria sociale. Emersero una serie di riflessioni nei trattamenti di adolescenti e bambini:
- spesso il trattamento veniva compromesso dai tentativi dei familiari di interferire nella terapia con consigli o informazioni importanti
- corrispondenza tra patologie o disturbi del comportamento nei bambini o adolescenti e disagi nella relazione della coppia genitoriale
- il miglioramento di molti pazienti appariva spesso connesso a cambiamenti nella loro famiglia (es. risoluzione problemi tra i genitori, scomparsa dei sintomi nel figlio)
Tra i primi a proporre un nuovo modo di vedere i genitori troviamo Virginia Satir che riconobbe come le intrusioni dei genitori nelle terapie dei figli (lamentele, attacchi, tentativi di ostacolare la terapia) potevano essere viste anche come una risorsa in quanto la famiglia porta molte notizie che non emergevano con i figli.
Tra le sue osservazioni: “il genitore è una persona che chiede aiuto anche per sé” e “qualsiasi comportamento dell’individuo è una risposta al complesso insieme di regole stabili e prevedibili che governano il suo gruppo familiare, benché queste regole possano non essere note, a livello cosciente, a lui e alla famiglia”. Tali affermazioni hanno posto le premesse degli elementi che hanno poi fondato la psicologia relazionale.
In Europa l’unico precursore, Ronald Laing, scrisse: “Chi vuole sapere come funziona una squadra di calcio, non interroga uno per uno i componenti della squadra: va semplicemente allo stadio a vedere come giocano”.
Lo sviluppo del movimento di terapia familiare ha avuto negli anno ’50 un percorso diverso tra la East Coast (autori di formazione analitica hanno preso in considerazione la famiglia mantenendo la loro impostazione teorica) e la costa pacifica.
A vari livelli il mondo scientifico del periodo si stava occupando del funzionamento degli eventi della natura e del corpo umano, dell’ecologia, della fisica, e della comunicazione. Si stava diffondendo la cibernetica (che espose il concetto di feedback negativo o principio di retroazione dell’informazione secondo il quale la capacità autocorrettiva del cervello permette l’armonia dei movimenti); al suo fianco la teoria generale dei sistemi di Von Bertalanffy mutò la visione di molti studiosi della comunicazione umana che aderirono a quella che da allora fu chiamata l’ottica sistemica.
L’ottica sistemica fu promossa, negli anni ’50, presso l’università di Palo Alto (California) da G. Bateson, D. Jackson, J. Weakland e J. Haley, conducendo ad un notevole cambiamento negli studi psicologici in quanto si affiancava agli orientamenti allora più diffusi, come la psicoanalisi e il comportamentismo.
Bateson cominciò i suoi studi sulla schizofrenia e sulle modalità comunicative nelle famiglie parlando per la prima volta del concetto di doppio legame. Inoltre introdusse in modo provocatorio il concetto di “scatola nera”, ovvero considerando l’inconscio qualcosa di troppo complesso da studiare, per cui era più importante studiare le relazioni osservabili.
Il gruppo di Palo Alto fondò nel 1959 il Mental Research Institute (MRI). Nel 1961 fu inserito nel gruppo Paul Watzlawick che con Jackson e Beavin scrisse il famoso testo “Pragmatica della comunicazione umana” che si può considerare la prima esposizione completa dell’approccio sistemico.
Intanto nella costa Est degli Stati Uniti si rielaboravano i concetti psicodinamici alla luce della visione congiunta della famiglia. Autori come M. Bowen, N. Ackerman introdussero anche l’importante concetto di livello intergenerazionale.
In Italia la psicologia relazionale approdò negli anni ’60 grazie a Mara Selvini Palazzoli che fondò il suo Centro a Milano insieme a Boscolo, Cecchin e Prata. Costruire mappe, descrizioni, ipotesi diviene essenziale per la costruzione della “struttura che connette” e per aiutare le famiglie in terapia. A Roma, Luigi Cancrini si occupò, negli anni ’70, delle famiglie degli adolescenti tossicodipendenti e Maurizio Andolfi, dopo l’esperienza americana, aprì la sua scuola.
Elementi principali dell’ottica sistemica:
- per comprendere il comportamento umano è necessario considerare l’individuo non singolarmente, ma nel contesto in cui vive;
- così si è spostata l’attenzione dal mondo interno del soggetto a quello esterno delle relazioni interpersonali; secondo Bateson ogni comportamento acquista significato e diventa realmente comprensibile solo se lo si interpreta in rapporto al contesto relazionale in cui è avvenuto;
- la famiglia è il contesto relazionale più importante per l’individuo non solo quando siamo bambini, ma anche da adulti, sia quando ne creiamo una nuova sia quando dobbiamo mantenere i rapporti con quella di origine;
- la famiglia è quindi vista come un sistema, una totalità che non può essere ricondotta alla semplice somma delle parti. Qualunque cambiamento riguardante un elemento del sistema coinvolge e si ripercuote anche sulle altre parti del sistema;
- il modello di causalità lineare (tipico delle scienze naturali) viene abbandonato rifiutando l’idea che il comportamento di un soggetto possa essere semplicemente la “causa” del comportamento di un’altra persona. Viene introdotto il concetto di causalità circolare per cui ogni soggetto influenza con il suo comportamento le altre persone, ma è anche influenzato da loro. Tutto ciò avviene grazie ai meccanismi di retroazione o feedback per cui ogni membro della famiglia modula la propria condotta sulla base dei messaggi di ritorno che riceve ovvero sugli effetti che il suo comportamento ha sugli altri;
- la famiglia è un sistema aperto in quanto è in continuo scambio con il mondo esterno con il quale è in continuo movimento;
- la famiglia, come sistema, è alla ricerca del mantenimento dell’equilibrio che si raggiunge con una continua mediazione tra l’ambiente esterno e le esigenze interne alla famiglia stessa e attraverso dei processi autocorrettivi che consistono, ad esempio, nell’adattamento, da parte di un membro della famiglia, alle esigenze del sistema;
- tendenze opposte della famiglia: l’omeostasi e il cambiamento. Da una parte la famiglia tende a mantenere la situazione in cui si trova, dall’altra è spinta al cambiamento ogni volta che intervengono fattori che modificano lo status quo (es. un licenziamento, un trasloco, il pensionamento, il divorzio, la nascita di un figlio, ecc.);
- se è positivo per la famiglia mantenere l’equilibrio raggiunto, è altrettanto positivo per essa riuscire ad essere abbastanza elastica da adattarsi ai cambiamenti che la attraversano nel corso della sua esistenza; entrambe queste dimensioni, dunque, sono vitali per la sopravvivenza del sistema;
- lo studio delle regole che determinano una certa sequenza di interazioni all’interno della famiglia da parte di un osservatore esterno, sono utili per capire il “funzionamento” di quella particolare famiglia e mettono in evidenza una certa ricorrenza (ridondanza) di modi di interagire.
a cura della Dott.ssa Francesca Vannini
| Bibliografia: | |||
| • | Malagoli Togliatti M. e Telfener U. (a cura di) | Dall’individuo al sistema | Boringhieri, Torino, 1991 |
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