Quando si fa riferimento all’età evolutiva si intende una particolare fase dello sviluppo di un individuo.
“Con il termine sviluppo intendiamo quel complesso processo con il quale l’essere vivente, a partire dal concepimento, raggiunge le caratteristiche somatiche e psichiche proprie alla sua specie. Esso si articola in vari aspetti del tutto peculiari e diversi (biologico, psicomotorio, cognitivo, affettivo-relazionale) per ogni singolo individuo, ma anche chiaramente interdipendenti fra loro e con l’ambiente esterno, al fine di un’armonica o disarmonica strutturazione dell’identità personale. Siamo attori e spettatori, nello stesso tempo, di un continuo, irreversibile e personalissimo processo evolutivo e adattivo (con momenti di progressi e di regressioni), iniziato con la comparsa dell’uomo sulla terra, dall’Homo Abilis all’Homo Erectus e all’Homo Sapiens. Questo processo oggi è caratterizzato, in particolare per quanto riguarda i cuccioli dell’uomo, dal forte contrasto fra il rapido sviluppo delle capacità cognitive e la lentezza dei processi di elaborazione e di manifestazione delle facoltà emotive” (Rita Levi Montalcini, 1990).
La psichiatria del bambino e dell’adolescente si è sviluppata empiricamente partendo da una pratica e non da un’elaborazione teorica. Molti sono gli studi relativi all’età evolutiva e proporre una sintesi o redigere un quadro cronologico dello sviluppo che tenga conto di tutti i dati accumulati con punti di vista diversi non è possibile e nemmeno augurabile, poiché lo sviluppo di un individuo, per definizione, è in continua evoluzione, pertanto lo sono pure gli studi e le ricerche applicate. Per tale motivo gli autori che si sono accostati allo studio dello sviluppo hanno frammentato questo processo in fasi, stadi, posizioni, punti nodali, organizzazioni, tappe critiche, crisi per introdurre una classificazione e/o una gerarchia in questo sviluppo.
Valutare il carattere patogeno o al contrario maturativo di un dato comportamento osservato in un bambino o in un adolescente, sia che egli sia solo sia, soprattutto, nella interazione con il suo ambiente, necessita ovviamente di un’approfondita conoscenza dello sviluppo cosiddetto “normale”. Il problema del normale e del patologico è un problema che preoccupa di più il filosofo del medico. Il medico, infatti, si preoccupa soprattutto di sapere ciò che può o non può fare per il suo paziente piuttosto di sapere se questo ultimo sia normale o patologico. Normalità e patologia sono due termini indissociabili di una stessa coppia antitetica: non si può definire l’uno senza l’altro.
Le diverse definizioni possibili di normalità si riducono a quattro punti di vista (Marcelli, 1999):
- Normalità in quanto salute, opposta a malattia. Confondere normalità e salute opponendovi anormalità e malattia rappresenta evidentemente una posizione statica che non corrisponde più alla dimensione dinamica della maggioranza delle malattie: il bambino asmatico prima della crisi è “normale”, il bambino enuretico, prima che faccia la pipì a letto, è “normale”, ecc. La malattia, dunque, non può più essere ridotta ai suoi sintomi;
- Normalità in quanto media statistica. Far coincidere la normalità con la media è innanzitutto confondere anormalità e anomalia, e poi confinare nel campo della patologia tutto ciò che non si trova nella zona mediana della curva di Gauss: i soggetti di bassa statura, gli individui intellettivamente superdotati sono forse patologici? In psichiatria bisogna anche tener conto della pressione culturale; si rischia allora di considerare anormale ogni condotta che devii dalla media;
- Normalità in quanto ideale, utopia da realizzare o a cui avvicinarsi. Riferire la normalità ad un modello, ad un’utopia, è instaurare ipso facto un sistema di valori, una normalità ideale, forse quella che sognano i politici, gli amministratori o i genitori e gli insegnanti per i loro bambini. Se questo ideale è definito dal gruppo sociale, si confonde di nuovo con la normalità statistica. Se questo ideale è un sistema di valore personale (Ideale dell’Io), ancora una volta bisogna vedere come funziona poiché ora si conoscono bene certe “malattie di idealizzazione” (patologia narcisistica), cosa che torna a definire un funzionamento mentale normale;
- Normalità in quanto processo dinamico, capacità di tornare ad un certo equilibrio. Fare della normalità un processo adattativo, una capacità di reazione per ritrovare un equilibrio precedentemente perso, è introdurre una valutazione dinamica. Ma nel campo psicosociale una tale definizione rischia di ridurre il concetto di normalità ad uno stato d’accettazione, di sottomissione o di conformismo alle esigenze sociali.
Alla base di tali premesse, il professionista, davanti ad un bambino o adolescente si trova costantemente di fronte al dilemma: intervenire o astenersi? Questo perché lo stato attuale del bambino non pregiudica in nessun modo il suo futuro stato di adulto. Al di là delle condotte sintomatiche, lo psichiatra infantile deve trovare un altro sistema di valutazione, poiché lo sviluppo, la maturazione del bambino sono fonti di conflitti che, come ogni conflitto, possono determinare la comparsa di sintomi. Un bambino può essere patologicamente normale o normalmente patologico. Al patologicamente normale possono appartenere degli stati quali quelli dell’ipermaturità di bambini coi genitori psicotici o divorziati o quelli del conformismo. Al normalmente patologico possono appartenere le fobie della prima infanzia, le condotte di rottura dell’adolescenza e numerosi altri stati.
Per qualsiasi disturbo di cui soffre il bambino o l’adolescente, la terapia familiare (di cui si occupa la scrivente), non focalizza l’attenzione sul sintomo, ma allarga il campo di indagine considerando le relazioni che il “malato” di casa (spesso così definito dalla famiglia) ha con i familiari che vivono con lui e come sono in relazione reciproca i familiari stessi. Il sintomo può diventare la porta di accesso per capire ciò che lega emotivamente i membri della famiglia, ciò che li addolora, ciò che li turba, ciò che si può dire e ciò che “deve” essere taciuto, per paura, vergogna, sentimenti di colpa. È dall’analisi di tali aspetti che si può avere un’apertura, un confronto, uno svelamento di stati d’animi per anni repressi, considerati tabù ma che inconsapevolmente hanno giocato una partita importante rispetto allo status quo che il sistema famiglia ha per lungo tempo cercato di mantenere inalterato. Pertanto, il sintomo dà l’occasione all’intera famiglia di mettere in circolo risorse sepolte e di crearne di nuove.
BIBLIOGRAFIA
- Freud S. - “Normalità e patologia del bambino” – Feltrinelli, 1970.
- Levi Montalcini R. – “Elogio dell’imperfezione” – Garzanti, 1990.
- Marcelli D. – “Psicopatologia del bambino” (a cura di Adriana Guareschi Cazzullo) - Masson, 1999.
- Rapaport J.L., Ismond D.R. – “DSM IV, guida alla diagnosi dei disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza” (a cura di Carretti, Dazzi e Rossi) – Masson, 2000.
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