L’obesità grave

L’obesità costituisce una priorità nel panorama sanitario nazionale. Le stime di prevalenza sono variabili in funzione dell’età, del sesso e della regione di provenienza, ma almeno il 10-15% degli uomini adulti ed il 15-20% delle donne Italiane superano la soglia dell’obesità. Ad oggi viene definita malattia perché costituisce un rischio importante per la salute fisica (sviluppo di diabete, ipertensione, rischio cardiovascolare) e si associa ad una grave perdita della qualità di vita salute correlata.

L’obesità può essere progressiva, senza evidenti segni di conflitto emotivo, e con il mantenimento di un buon adattamento sociale. Altre volte si definisce reattiva perché il soprappeso si stabilisce repentinamente a seguito di un evento scatenante per cui assume un significato difensivo. Infine, l’obesità può essere di sviluppo se il suo esordio avviene nell’infanzia, questa ultima forma rappresenta la più resistente ai trattamenti medici.
Le persone con obesità possono presentare problemi psicosociali. Dal punto di vista psicologico i problemi ansiosi e depressivi non appaiono sempre in modo evidente, spesso vengono coperti, inconsapevolmente nascosti dalla persona.
Il disturbo alimentare tende a compensare stati ansiosi o depressivi che possono faticare ad emergere per poter essere affrontati.
L’immagine sociale oggi come non mai viene disprezzata, le rotondità della bellezza classica appartengono a tempi lontani, oggi le persone obese si vergognano, preferiscono evitare di guardarsi allo specchio e si sentono obbligate a nascondere il proprio corpo.
Il comportamento di molte persone obese viene definito “iperempatico”, questo vuol dire che la persona tende ad essere sorridente, allegra, buona, simpatica, gentile, sensibile e comprensiva.
A volte il comportamento è passivo e la persona non vuole disturbare o offendere, preferisce non esprimere le proprie opinioni perché teme di poter mancare di rispetto agli altri.
Emozioni spiacevoli come la rabbia, la tristezza e la vergogna sono provate intensamente ma solo internamente, e raramente comunicate agli altri. Questa difficoltà a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni appare collegata alle abbuffate periodiche che potrebbero a questo punto essere distinte proprio sulla base degli stati affettivi che le accompagnano. Esistono abbuffate nelle quali la persona si abbandona a sentimenti di condanna e di vergogna e che poi si rimprovera come fallimenti di quel controllo di sé che non riesce a raggiungere; abbuffate legate alla depressione ed allo sconforto che si cerca di mitigare con il piacere del cibo; infine abbuffate legate alla rabbia ed alla frustrazione, con stati d’animo e pensieri aggressivi.
Le abbuffate possono quindi costituire una risposta alle tensioni emotive, ci si può sfogare sul cibo appena tornati dal lavoro perché arrabbiati o al contrario per la noia di stare a casa a non fare nulla. Altre volte ci si abbuffa perché una dieta troppo restrittiva porta inevitabilmente verso comportamenti alimentari fuori dal proprio controllo.
Questo su e giù tra diete ferree e abbuffate compulsive viene chiamato effetto yo-yo e rappresenta l’origine di molte obesità.
Dal punto di vista terapeutico l’approccio psicologico è parte integrante al lavoro del medico (endocrinologo, internista) e del nutrizionista.
Le terapie psicologiche possono essere:

  • Mirate al sintomo: in questo caso sono interventi brevi di sostegno alla dieta facilitandone l’accettazione e rafforzandone la possibilità di mantenimento nel tempo dei risultati. A questo proposito esistono i gruppi di auto-aiuto, le terapie comportamentali, cognitive, corporee e la psicoterapia ipnotica;
  • mirate al cambiamento di aspetti significativi della personalità: in questo caso viene richiesta una forte motivazione da parte del paziente, in genere legata a condizioni di sofferenza, di conflitto emotivo e di crisi nei rapporti affettivi importanti. Vanno comprese in questo gruppo le varie forme di psicoterapia individuale, di coppia, di famiglia e di gruppo.

Si tende a considerare l’obesità come una sorta di dipendenza dal cibo.
Persiste l’incomprensione da parte degli altri e i “maniaci del dovere” raddoppiano le ingiunzioni verso questi pazienti (“c’è solo da mangiare di meno”, “è tutta una questione di volontà”).
Si ritiene che molte persone obese, dopo svariati tentativi, arrivino a sentirsi impotenti di fronte al proprio problema. Compito imprescindibile dello psicologo è quello di aiutare il paziente a riconquistare la fiducia in se stesso e attraverso la psicoterapia poter cambiare le attitudini e i comportamenti riguardanti la nutrizione e l’attività fisica.

a cura del Dott. Enrico Vellani

Bibliografia:
Adami Gian Franco Guida all’obesità Franco Angeli, Milano, 2003
Apfeldorfer G. Mangio dunque sono. Obesità e anomalie nel comportamento alimentare Marsilio. Venezia, 1995
Molinari E., Riva G. Psicologia clinica dell’obesità. Ricerche e interventi Bollati Boringhieri, Torino, 2004
Barbarino A., De Risio S., Satta M.A. Clinica dell’obesità Masson, Milano, Parigi, Barcellona, 1995
Dalle Grave R., Calugi S. 5 passi per perdere peso Positive Press, Verona, 2006
Fairburn C. Come vincere le abbuffate Positive Press, Verona, 2008

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