Stati ansiosi e cura farmacologica

In articoli precedenti è stato descritto un modello cognitivo e comportamentale di tipo circolare sui disturbi d’ansia. Dobbiamo ricordare che questa descrizione è strettamente accademica.

Dietro ogni sintomo d’ansia e depressivo esiste la storia singolare e unica di una persona, con le proprie difficoltà. Voltare le spalle a tutto ciò significherebbe spogliare il sintomo da ciò che lo manifesta. Ogni persona è la manifestazione delle sue esperienze di vita, le quali non possono essere diagnosticate e classificate in modo rigido.

Troppo spesso, si cercano cure farmacologiche o miracolose, con l’aspettativa di far sparire le sintomatologie fisiche senza apportare cambiamenti alla propria vita. Se da un lato può essere una strategia comoda, a medio-lungo termine si dimostrerà fallimentare.

Per fare un esempio pratico sarebbe come cercare di curare una gastrite farmacologicamente senza migliorare la propria qualità di vita in termini di stress e ansia.
Il cambiamento implica l’utilizzo delle proprie risorse interiori, e la capacità di mettersi in gioco, accettando la frustrazione del nuovo. “Cercare la padronanza di andare a cavallo implica l’esperienza del cadere”.

Il farmaco dovrebbe essere utilizzato in modo responsabile, nel caso di una malattia come la”depressione” o la “psicosi”. Le persone possono richiedere un intervento di sostegno, psicologico, ma non l’utilizzo insensato di farmaci, con il solo fine di essere sedate. Non esiste la pillola che fa percepire il senso della propria vita, la sensibilità del bello, la solitudine, la stima di sé stessi. Riporto parte di un’intervista fatta al professor Garattini, presidente dell’istituto di farmacologia Mario Negri di Milano:
“Erano gli anni ’50 quando nacque il primo farmaco antidepressivo, si chiamava imipramina – ancora oggi in commercio – ed era stato scoperto per caso. Sintetizzato negli anni ’40 sperando sulle sue proprietà antistaminiche, era arrivato alla clinica come un debole farmaco antipsicotico, e alla fine aveva rivelato un’attività antidepressiva. Fra incredulità ed entusiasmo aveva creato una classe di composti detti antidepressivi “triciclici”. In seguito utilizzando le conoscenze sul suo meccanismo d’azione, arrivarono i farmaci che agiscono sulla serotonina, noti con la sigla SSRI. La serotonina divenne il mediatore chimico dell’umore e la fluoxetina (nome commerciale più conosciuto Prozac) fu celebrato come “il” farmaco antidepressivo. La “pillola della felicità” ebbe un grande successo nella stampa, ma soprattutto per chi ne deteneva il brevetto ed incassava il prezzo delle vendite.

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Contemporaneamente prese vigore un’altra classe di farmaci che seguiva un altro meccanismo d’azione, quello dell’interazione con un altro mediatore chimico, la noradrenalina. Poi cominciarono i primi problemi perchè il mercato – ovvero la propaganda – può spingere un farmaco fino ad un certo punto: prima o poi, soprattutto quando si tratta di una malattia grave come la depressione, la verità finisce per venire a galla. In realtà per farmaci antidepressivi c’è voluto molto tempo, perché, pur non trovando impiego per la “malattia” depressione, questi farmaci hanno potuto godere di un mercato molto più ampio. Si tratta di un mercato rappresentato dagli “stati” depressivi, situazione determinata da eventi avversi della vita che non sono malattie nel senso classico del termine.

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Un articolo-rapporto scritto da psichiatri inglesi, canadesi e statunitensi e pubblicato su una rivista internazionale molto selettiva ha determinato una serie di reazioni anche a livello della stampa laica. La pubblicazione è tanto più importante in quanto si basa su tutti i risultati delle ricerche cliniche depositati presso la Food and Drug Administration (FDA), l’organo che negli Stati Uniti presiede alla regolamentazione dei farmaci. Lo studio effettuato si chiama, in gergo meta-analisi e consiste nella raccolta di tutte le ricerche cliniche effettuate con i farmaci antidepressivi che agiscono sulla serotonina in confronto con il placebo (un prodotto inerte).

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I risultati sono molto chiari: le differenze tra i farmaci antidepressivi e il placebo sono molto modesti, al limite della significatività clinica e ciò vale per fluoxetina, venlafaxina, nefazodone e paroxetina. In altre parole, il vantaggio dovuto all’impiego dei farmaci antidepressivi è trascurabile rispetto a quello che si può ottenere con il semplice placebo.

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I risultati possono essere presentati in vario modo: in rapporto all’uso di uno specifico farmaco, oppure globalmente, oppure ancora in rapporto alla gravità della malattia depressiva.

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Qualcosa di più si ottiene in rapporto con la gravità della malattia, il che indica la mancanza di efficacia in tutte quelle condizioni citate prima e, definite come “stati depressivi”. Questi dati sono diversi dalle analisi fatte precedentemente perché questa volta sono stati presi in considerazione anche i risultati di studi clinici non pubblicati, mentre precedenti analisi avevano esaminato solo gli studi pubblicati. Evidentemente si pubblicano prevalentemente gli studi positivi e si sottraggono all’attenzione dei medici tutti gli studi che non danno i risultati sperati.

[...]

La nuova indicazione può essere perciò così riassunta: i farmaci antidepressivi di nuova generazione – SSRI – devono essere impiegati solo in pazienti con una depressione molto severa; quindi non c’è alcuna ragione per impiegarli nella grande maggioranza dei casi.”

Come si evidenzia dall’articolo del professor Garattini e dagli studi farmacologici citati, spesso, l’utilizzo del farmaco viene fatto in modo inappropriato, anche di fronte a quegli stati ansiosi o depressivi, che invece coinvolgono maggiormente una dimensione umanistica , di intervento psicologico.
Molti stati d’ansia sono l’effetto di situazioni o cambiamenti che ci troviamo a vivere. Evitare questi cambiamenti e i disagi connessi, ci impedisce di migliorarci come persone.
Utilizzare e risoprire le proprie risorse interiori per affrontare e modificare i nostri atteggiamenti mentali è una conquista certa e responsabile.

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