Tossico a chi?

È solito etichettare chi fa uso di sostanze stupefacenti come “drogato”, “tossico”. È necessario e doveroso, cambiare registro. È la “persona” l’oggetto di attenzione e di cura e non la tossicità. L’etichetta di “tossico” ricorda molto un pericolo, una contaminazione dalla quale occorre allontanarsi. Credo che la cultura odierna, così galoppante sull’informatica, la robotica, l’ingegneria, la telefonia, abbia perso di vista l’essenza principe del motore che manda avanti la società: la persona, appunto.

Spesso si attribuiscono etichette perché sono più semplici le scorciatoie, dei cammini lunghi e faticosi. D’altronde, davanti alla scelta se prendere l’ascensore o fare le scale, molte persone, che non fanno uso di sostanze stupefacenti, scelgono il primo e poi morsi dal senso di colpa si iscrivono in palestra.

Le persone che soffrono di dipendenza da sostanze hanno adottato nella loro vita una costellazione di scorciatoie, ma anche tante altre persone che non fanno uso di sostanze prendono scorciatoie … . Un esempio estremo di scorciatoia potrebbe essere ben rappresentato quando una persona riesce a stare a casa da un’occupazione che le suscita ansie, insoddisfazioni, riuscendo a convincere il partner di desiderare un figlio. Si potrebbe pensare ad un inganno. Le scorciatoie ingannano infatti il “vero” cammino. La scorciatoia si prende quando si vuole raggiungere la meta senza fare fatica. Non significa percorrere la strada più semplice, bensì “tagliare” ciò che sembra superfluo. Alle volte quello che definisco il superfluo sono sentimenti dolorosi come la delusione, la paura, l’angoscia. Sentimenti che si preferisce “evitare”, ma che ritornano come boomerang senza averli precedentemente elaborati. Allora lancio una provocazione: chi è il tossico?

Ci si intossica, per esempio, quando si è a contatto con veleni, la droga può essere uno di questi. Si è dipendenti quando non si riesce a pensarsi capaci di vivere stando in profondo contatto con se stessi, quando fallisce il processo di individuazione, nella fase dello svincolo adolescenziale. I legami affettivi possono diventare delle dipendenze. Accade spesso che la persona che soffre di un disturbo di dipendenza affettiva sposti, nel corso della crescita, tale dipendenza da una persona a una cosa. La droga può essere una scorciatoia per mantenere comunque una “dipendenza”, illudendosi di aver raggiunto l’autonomia da quella persona.

Come in tutte le dipendenze e non solo da sostanze, affinché la dipendenza insorga e si mantenga, occorre essere più di uno, si verifica così un gioco di squadra, inconsapevole: le interazioni, relazioni e dinamiche familiari possono condurre a sviluppare una sofferenza nell’area emotiva-affettiva. È fuor di dubbio, che sono molti gli aspetti eziologici del disturbo di dipendenza, ma è anche vero che, nell’ambito delle relazioni familiari, ci sono alcuni aspetti che possono avere una influenza.

Ancora oggi le considerazioni di Cancrini (2002) sulle tipologie familiari e di Cirillo, Berrini, Cambiaso, Mazza (1996), sulla trasmissione intergenerazionale degli effetti del trauma e della carenza nelle famiglie con figli tossicomani, sono assolutamente centrali.

Ciò che colpisce è la presenza nelle tre generazioni (della persona tossicodipendente, del genitore e dei nonni) di carenze non riconosciute come tali. Ci sono molte famiglie caratterizzate da un meccanismo che impregna la comunicazione familiare: la minimizzazione del danno. Una modalità particolare di misconoscimento della realtà.

Non vengono negati gli accadimenti reali, ma è smorzata la rilevanza emotiva di tali accadimenti.

Per esempio, i genitori di un ragazzo dipendente da sostanze, potrebbero trasmettere una cultura affettiva e relazionale carica di vicissitudini di carenza e traumi. Impensabili però come tali e che restano pertanto senza elaborazione. Questo potrebbe essere possibile se anche i genitori, a loro volta, sono stati dei figli i cui genitori hanno subito carenze e traumi che non è stato possibile elaborare a livello emotivo.

L’obiettivo di una terapia familiare, dunque, è di puntare sulla qualità dei legami familiari, che comporta l’attenzione non tanto ai contenuti delle vicende trigenerazionali, quanto a come questi eventi (traumatici e di carenza affettiva) sono stati trattati e in che modo sono stati tramandati. In quale modo nella storie delle famiglie, sono stati trattati i temi della perdita e della riparazione. Di fondamentale importanza è eliminare il vissuto di colpa da parte della famiglia del ragazzo che fa uso di sostanze. Questo ultimo è il portavoce di una sofferenza familiare di più generazioni, di una carenza di affetti e vicissitudini traumatiche (come lutti improvvisi) che hanno toccato il cuore di tanti familiari il cui dolore non è potuto uscire, ma non per questo è scomparso.

Bibliografia:
Cirillo, Berrini, Cambiaso, Mazza La famiglia del tossicodipendente Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996
Cancrini, Mazzoni I contesti della droga Franco Angeli, Milano, 2002

Nessun articolo correlato.

Leave a Reply

 

 

 

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>