Nelle relazioni di coppia la sessualità, o meglio, la mancata sessualità, è erroneamente considerata la cartina tornasole di come la coppia funziona. Come a dire che la sessualità è sinonimo di intimità, ovvero se la sessualità è presente allora la relazione funziona e si è “intimi”. All’opposto, se è assente (per esempio nei casi di matrimonio bianco) o perché legata a problemi di natura organica e/o psicologica (per esempio alcuni possono riguardare l’eiaculazione precoce, l’impotenza o il vaginismo), allora l’intimità di coppia è fortemente minacciata.
È opportuno fare chiarezza: il modo in cui la coppia vive e percepisce la propria sessualità è la conseguenza del tipo di intimità che vi è alla base della relazione stessa.
Come sostiene Schnarch (2000), “l’intimità è spesso mal interpretata come qualcosa che implica accettazione, conferma e reciprocità da parte del proprio partner”. Nel senso comune queste sono aspettative che con il passare del tempo non portano ad una autentica intimità.
L’intimità è molto di più. Si raggiunge quando si mantiene il proprio senso di identità e di autostima pur rivelandosi all’altro; quando si mantiene una chiara percezione di se stessi quando l’altro ci sollecita a conformarci e ad essere uguali.
L’intimità, dunque, poggia sulla conferma di se stessi piuttosto che sulla fiducia che il vostro partner vi faccia sentire sicuri. Se così fosse, non ci sarebbe intimità, bensì dipendenza dall’altro. Il rischio è che più si diventa dipendenti dalla conferma del partner, più si ha sempre meno voglia di rischiare il disaccordo e il rifiuto. Nel percorso di costruzione dei livelli di intimità si uniscono l’accumulo di esperienze di reciproca fiducia, accettazione, empatia, conferma (percorso idilliaco) a esperienze di conflitto, autoconferma e rivelazione unilaterale (percorso realistico).
“L’intimità è un’esperienza “io-tu”, ossia fondata sulla relazione tra due persone e sulla capacità di ciascuno di rimanere se stesso” (Schnarch, 2000). In questo modo non occorre più dare una presentazione di sé, ossia adattarsi alle differenze del partner (adattarsi a come l’altro vuole che noi siamo) al fine di ridurre le ansie o le incomprensioni. Ciò condurrebbe ad indossare delle maschere e non ad essere intimi. L’intimità, dunque, è smascherarsi.
Occorre prendere consapevolezza che ciascuno è separato dall’altro, con aspetti che lo rendono unico e aspetti che possono essere condivisi. Essere intimi è come dire creare un’area tra due persone, che può essere definita “area del noi”, nella quale si condividono solo alcuni aspetti della propria personalità. Questa area permette a ciascun partner di rimanere se stesso, premessa imprescindibile per sviluppare una intimità che comprende la relazione con se stessi come pure la relazione con il partner. “L’area del noi nutre gli spazi individuali e l’arricchimento individuale nutre l’area del noi” (Forghieri, 2004).
Essere intimi non significa essere “una carne sola” (Genesi, 2,24), ma “coltivare” la propria differenza dall’altro e condividerne solo delle parti.
| Bibliografia: | |||
| • | Schnarch D. | La passione nel matrimonio | Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000 |
| • | Forghieri P. | Epistemologia sistemica e ciclo vitale di coppia | Accademia di Psicoterapia della Famiglia di Modena, 21 dicembre 2004 |
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