Verso la scelta adottiva

L’adozione è certamente un processo delicato, sia per il sistema curante, sia per la coppia che desidera adottare un figlio.

È doveroso sottolineare che la coppia, dopo varie frustrazioni legate al vissuto per la sterilità biologica e per l’iter burocratico, giunge ai colloqui di selezione con un carico di ansia da prestazione molto forte. La coppia può chiedersi “saremo all’altezza? avremo i requisiti?”. Spesso, infatti, le coppie parlano di colloqui di “selezione” che potranno superare se avranno i requisiti “giusti”.

Compito del sistema curante è creare le condizioni per abbandonare pre-giudizi e accogliere la coppia in tutte le sue paure, preoccupazioni, dubbi, fantasie, aspirazioni, affinché si possa costruire quello spazio necessario per elaborare la sofferenza che la coppia si trascina da tempo. Se per iniziare una relazione adottiva è fondamentale che una coppia sia disposta ad accogliere e prendersi cura di un figlio “nato da altri” (D’Andrea, 1999 ), così il sistema degli operatori deve adoperarsi per costruire un contesto di incontro, nel quale accogliere e prendersi cura di una coppia fortemente provata a livello emotivo.

Questo atteggiamento accompagna la coppia ad accogliere ed elaborare la propria sofferenza affettiva. È la condicio sine qua non la coppia si presta a mettersi in contatto con la sofferenza del bambino.

Essendo una relazione di aiuto, anche l’operatore deve fare i conti con la propria storia personale, i propri valori, le proprie fantasie e idee. L’operatore deve conoscere e saper separarsi dai propri modelli di riferimento per poter instaurare un clima di “reciproca accoglienza” (D’Andrea, 1999), così come la coppia adottante dovrà fare i conti per accogliere il figlio.

Nel corso della sua storia, la coppia può trovarsi di fronte ad un bivio: negare, evitare il problema della sterilità biologica oppure accoglierlo ed elaborarlo. È chiaro che l’adozione non rappresenta la soluzione alla sterilità biologica. È l’elaborazione della sterilità della coppia che può permettere la rinascita del desiderio (Bramanti, Rosnati, 1998).

Tale rinascita avviene dopo aver trasformato la “mancanza”, il “vuoto” procurato dal lutto dell’infertilità nel desiderio di realizzare il progetto di una scelta adottiva che si configura come “il prendersi cura della differenza” (Bramanti, Regalia, 1995).

La sterilità biologica, come spiega D’Andrea (1999), sente compromessa la possibilità di realizzare il progetto di diventare una famiglia. Nello specifico, si sottolinea che “una coppia e i suoi sistemi familiari di appartenenza riusciranno ad accogliere il figlio che verrà, a patto che questi rimanga il figlio del desiderio, con una sua entità autonoma, e non sia considerato il figlio del bisogno” (Farri Monaco, Castellani, 1994).

La sterilità biologica ha ripercussioni su più livelli e richiede delle riorganizzazioni degli aspetti relazionali.

A livello personale, la sterilità biologica rappresenta una grave ferita dell’identità psicologica, sociale e corporea. Il corpo, da amico con cui ci si convive e ci si prende quotidianamente cura, diventa un corpo che tradisce. Le conseguenze di questo stato sono la delusione, la rabbia, disistima di sé, accompagnati a vergogna e sensi di colpa. L’infertilità è vissuta diversamente rispetto al genere. La donna può sentirsi inutile e menomata, non vedendo realizzata una parte distintiva della propria identità femminile. Potrà paragonarsi con la propria madre, vista come potente perché capace di generare, attivando nei suoi confronti atteggiamenti di rivalità o sentimenti di inferiorità. Un uomo, potrà sentire minacciata la propria potenza sessuale, da sempre associata alla capacità fecondativa (Farri Monaco, Castellani, 1994).

A livello di coppia, la sterilità potrà essere vissuta come un tradimento del patto coniugale, generando forti sensi di colpa da parte di chi si sente responsabile, oppure atteggiamenti protettivi nei confronti del partner per paura di offenderlo e di farlo sentire a disagio davanti ad altri (Rosati, 1988). Anche la sessualità può subire profonde ripercussioni: la coppia dovrà riscoprire il valore dello scambio reciproco affettivo e di piacere, perdendo la finalità procreativa. Se così non fosse, è probabile che la camera da letto diventi un luogo da evitare, evocatore di conflitti, rabbie e delusioni.

A livello intergenerazionale, la coppia potrà attraversare un momento molto delicato con le famiglie di origine, verificando la qualità dei precedenti legami familiari e impegnata nel coinvolgere le famiglie nella riprogettazione della vita, ricostruendo un clima affettivo di accoglienza.

Queste brevi considerazioni, lungi dall’esaurire l’argomento, tendono solo a sottolineare quanto il professionista debba svolgere il delicato compito di aiutare una coppia e un bambino, con un vissuto di sofferenza, a diventare una famiglia.

Bibliografia:
Bramanti D., Regalia C. Cura familiare Vita e Pensiero, Milano, 1995
Bramanti D., Rosnati R. Il patto adottivo Franco Angeli Editore, Milano, 2001
D’Andrea A. La coppia adottante Raffaello Cortina Editore, 1999
Farri Monaco, Castellani P. Il figlio del desiderio Bollati Boringhieri, Torino, 1994
Rosnati R. Motivazioni e aspettative delle coppie nei confronti dell’adozione. Un’analisi empirica. Il bambino incompiuto, 2, 1988

Nessun articolo correlato.

1 comment to Verso la scelta adottiva

  • cripara

    Dalla parte degli operatori rilevo una grande difficoltà a far comprendere alle coppie che ancora pensano di procedere con due percorsi paralleli (adozione e Pma) che questo è deleterio, sconsigliato ed inopportuno. Spesso purtroppo queste coppie se ne vanno molto arrabbiate e questo dispiace molto all’operatore che esplicita la necessità di darsi del tempo per rendersi consapevoli

Leave a Reply

 

 

 

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>