Intervista a Fabio Gherardelli

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano “Ultime Notizie” di Reggio Emilia nel marzo 2005.
Ogni anno si celebrano giornate mondiali contro le principali malattie che affliggono gli esseri umani: c’è la giornata contro l’Aids, c’è quella contro i tumori, ma non c’è quella contro l’ansia. Eppure i disturbi legati all’ansia e allo stress fanno ormai parte dell’esistenza quotidiana di una larga fetta della popolazione mondiale: si calcola che almeno un terzo di essa ha avuto o potrà avere un disturbo d’ansia nel corso della propria vita. Per conoscere a fondo tutte le sfaccettature del pianeta Ansia ci siamo rivolti a un esperto: il Dott. Fabio Gherardelli, Psicologo clinico residente a Carpi (Mo), fondatore dell’AISDA (Associazione Italiana per lo Studio dei Disturbi di Ansia), associazione attiva dal 1° novembre 2004, che ha per oggetto sociale la promozione della ricerca, la prevenzione e la diagnosi delle problematiche legate all’ansia e che ha sede a Carpi (Mo) e Reggio Emilia in ambito privato oltre che a Desenzano del Garda (Bs) in ambito pubblico.

Alberto Bertolini: Dott. Gherardelli, i disturbi legati all’ansia sono realmente così diffusi o le cifre che girano sono, per così dire, ingigantite?
Dott. Gherardelli: Il problema dell’ansia adesso è presente soprattutto tra i giovani, ma è radicalmente diffuso anche tra le altre fasce di età. L’ansia non ha età, non ha sesso, né ceto sociale.

Alberto Bertolini: E’ vero che ansia e stress sono peculiari delle zone più sviluppate della terra?
Dott. Gherardelli: E’ un fatto che i disturbi dell’ansia siano diffusi soltanto nella nostra società come in tutte quelle più sviluppate. Se andiamo in quelle con meno sviluppo e ricchezza, come Sud America e Africa solo per citarne un paio, non esiste nemmeno il concetto di stress. Ansia e attacchi di panico non avrebbero motivo di esistere dove la gente fa fatica a trovare da mangiare. L’ansia non è legata ai bisogni primari. Se nella savana la zebra incontra il leone, beh quello è certamente un momento di stress massimale, ma se riuscirà a scappare la zebra non penserà più al leone affamato. E’ molto più stressante il rimuginare sul passato e sul futuro, ecco perché l’ansia è un fenomeno legato alle culture come la nostra.

Alberto Bertolini: Si dice che senza ansia non si può vivere: cosa significa?
Dott. Gherardelli: Lo stress di per se è funzionale, se è legato solo a un episodio, se è una risposta a uno stimolo: lo stress permette alla zebra di scappare dal leone come permette a una mamma di sollevare un automobile per salvare il figlio rimasto incastrato. Il fatto è che noi ci portiamo dietro tutti i problemi, è questo meccanismo che ci costringe continuamente a pensare al lavoro, ai soldi, è questa competitività sfrenata tipica delle società più sviluppate che rende cronica l’ansia. A Cuba nessuno pensa febbrilmente cosa fare per avere una Ferrari, perché nessuno se la può permettere. Riassumendo, sono i bisogni secondari che creano ansia. E i bisogni secondari sono tipici della nostra cultura. Citando Oscar Wilde: “Ognuno costruisce la sua realtà che poi subisce”.

Alberto Bertolini: Statisticamente quanto sta crescendo il fenomeno?
Dott. Gherardelli: Fino agli anni ’80 i disturbi legati all’ansia non erano molto diffusi, ma studi recenti, mi pare del 2000/01, hanno rilevato che ansia e attacchi di panico interessano una percentuale compresa tra il 2-5% della popolazione mondiale. Stiamo parlando di milioni di persone, e la percentuale è sempre in aumento. In Italia l’ansia è più diffusa al nord che al sud, a ulteriore prova del fatto che maggiore sono la ricchezza e lo sviluppo, maggiore è la diffusione dello stress.

Alberto Bertolini: Abbiamo chiarito il fatto che l’ansia è funzionale all’essere umano: quand’è allora che diventa nociva?
Dott. Gherardelli: L’ansia è necessaria per vivere, e per ottenere il massimo risultato dalle proprie prestazioni. Senza di essa saremmo come automi, senza vita. Il punto è che il livello di ansia non diventi patologico, perché in quel caso invece di spingerci, ci blocca.

Alberto Bertolini: Quali sono i disturbi legati all’ansia?
Dott. Gherardelli: L’attacco di panico, o crisi d’ansia; le fobie specifiche e non specifiche; ossessioni e compulsioni; il disturbo da ansia generalizzata; il disturbo di ansia post-traumatico da stress; il disturbo acuto da stress. Tra questi quello che colpisce il maggior numero di persone è l’attacco di panico. Comunque è dimostrato che il 70% delle persone ha avuto un attacco di panico nella propria vita e che la stessa percentuale di chi non lo ha ancora avuto potrà averlo.

Alberto Bertolini: Quali sono i sintomi fisici dell’attacco di panico? Ogni anno sono in aumento i casi di “falso allarme” per un sospetto infarto che il medico del pronto soccorso appura essere una crisi d’ansia…
Dott. Gherardelli: Il cuore che batte forte (tachicardia), la sudorazione degli arti o del viso, il formicolio agli arti, la respirazione affannosa, nausea e vomito, sensazione di svenimento, paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire, dolori allo stomaco o al petto, sono tutti sintomi che possono spaventare una persona a tal punto da scambiare un attacco d’ansia per un infarto.

Alberto Bertolini: Un singolo attacco di panico deve suonare come un allarme e spingere la persona a rivolgersi al medico?
Dott. Gherardelli: No, non è preoccupante un solo attacco di panico, lo è quando la cosa diventa sistematica, quando si entra nel circolo vizioso che si nutre della “paura della paura”: temiamo di poter avere un altro attacco di panico e in effetti questo avviene. E’ come una profezia che si auto-avvera.

Alberto Bertolini: Il circolo vizioso dell’attacco di panico quanto può limitare la vita normale dell’individuo?
Dott. Gherardelli: Spesso gli attacchi di panico accompagnano le persone per diversi anni, ne limitano la libertà di scelta e la voglia di vivere. Ho visto pazienti che non trovavano più il coraggio di andare al supermercato o al ristorante, pazienti che non riuscivano a salire in macchina o che facevano persino fatica a uscire di casa. Tutto per la paura che l’attacco di panico possa rifarsi vivo.

Alberto Bertolini: Spesso la persona che ha avuto più di un attacco comincia a prendere farmaci…
Dott. Gherardelli: Perché la persona non sa cosa fare o a chi rivolgersi, è confusa e impaurita, non ha strumenti se non i farmaci che a volte vengono assunti con troppa leggerezza. Le benzodiazepine, associate ad un farmaco antidepressivo, possono avere una buona efficacia ma a parere mio, il tasso di ricaduta e le recidive sono troppo alte. Uno dei motivi principali dell’alto livello di recidiva è il fatto che la persona attribuisce il merito del proprio miglioramento al farmaco. E’ come una stampella: finché c’è ci tiene in piedi, ma non ci insegna certo a camminare.

Alberto Bertolini: Riguardo l’ansia e il disturbo da attacchi di panico come si può intervenire?
Dott. Gherardelli: Esistono diverse strade e non esiste una verità assoluta. La strada da me percorsa è quella di un intervento di sostegno psicologico breve che attraverso una serie di colloqui clinici rafforza e stimola le risorse insite nella persona verso il proprio benessere psico-fisico. Si tratta di insegnare alla persona, nel più breve tempo possibile, a camminare da solo con le sue gambe, e di imparare dalle cadute in modo che non si ripetano più. Come ho già detto, il problema è interrompere il circolo vizioso dell’ansia, la paura della paura. Per fare questo occorre individuare quali sono i fattori che nel presente della persona, mantengono e alimentano tale circolo. Quando il pompiere arriva sul luogo dell’incendio per prima cosa cerca di spegnere il fuoco, senza curarsi se sia stato un fulmine o una sigaretta! Una volta uscito dal circolo, la persona comincia a recuperare quelle risorse personali indispensabili per raggiungere il proprio benessere. Inoltre occorre considerare che ogni persona è unica ed irripetibile, e solo sulla base di questo si potrà poi pianificare un intervento che si adatti ad “hoc” alla persona.

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