Negli ultimi anni, la diffusione crescente della tecnologia informatica e dei nuovi ambienti elettronici di comunicazione, i cosidetti nuovi media, è aumentata in modo esponenziale.
Anche la psicologia clinica ha tratto da questo fermento tecnologico ingenti benefici sia nell’ambito della ricerca che dell’intervento terapeutico. Pensiamo ad esempio all’utilizzo della realtà virtuale nel trattamento dei disturbi d’ansia. La prima reazione nel sentir parlare di realtà virtuale nel trattamento di disturbi psicologici potrebbe essere quella di turbamento. Potrebbe richiamare alla memoria spezzoni di film di fantascienza spicciola che ancora si riescono a vedere in seconda serata su qualche canale satellitare. Invece la realtà virtuale è uno strumento ormai ampiamente riconosciuto in psicologia clinica e utilizzato con risultati incoraggianti.
Che cos’è la realtà virtuale?
La realtà virtuale è un ambiente tridimensionale generato dal computer in cui il soggetto, o i soggetti interagiscono tra di loro e con l’ambiente come se fossero realmente al suo interno. Questo è possibile grazie a strumenti di input – sensori di posizione, guanti e tute, e di output – caschi, monitor, sistemi di suono surround, simulatori olfattivi.
La principale opportunità offerta dalla realtà virtuale, come afferma Giuseppe Riva (2007), è dunque la possibilità per il paziente di partecipare attivamente nella creazione e nello sviluppo della propria conoscenza: l’apprendimento e il cambiamento sono legati allo “scoprire” e al “fare” in prima persona.
Lo psicoterapeuta può in tal modo ricostruire con il paziente una gerarchia di stimoli critici che sono alla base del disturbo lamentato e pianificare un programma di desensibilizzazione esponendo il soggetto all’esperienza di tali condizioni ricreate ad hoc con la realtà virtuale. Inoltre, ogni componente dell’ambiente virtuale è sotto stretto e continuo controllo da parte dello psicoterapeuta che può stabilire il grado di difficoltà da presentare al paziente di volta in volta in base ai progressi raggiunti.
In questo modo è permessa al terapeuta un’ampia possibilità di manipolazione delle esperienze da sottoporre al paziente in relazione alla gravità del suo disturbo e dei suoi bisogni.
Grazie alla tecnologia virtuale il terapeuta può osservare dal vivo il paziente mentre si trova di fronte alla situazione critica e il paziente può esprimere le sensazioni, le emozioni, i pensieri che esperisce, migliorando così la comprensione reciproca.
È stato riscontrato che l’immersione sensoriale nel mondo virtuale determina una sensazione di presenza simile a quella esperita in situazioni normali indipendentemente dalla risoluzione grafica dell’ambiente simulato.
In questo modo il paziente può testare gli apprendimenti indotti dal trattamento, affrontando in prima persona i contesti ansiogeni nella tranquillità di uno studio clinico.
Il capitano Kirk ne sarebbe entusiasta.
| Bibliografia: | |||
| • | F. Vincelli, G. Riva, E. Molinari | La realtà virtuale in psicologia clinica. | Mc Graw-Hill, Milano, 2007. |
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